La flotta mondiale di portacontainer continua a crescere, ma ritardi e congestione stanno riducendo la capacità effettivamente disponibile per il trasporto delle merci. Un’analisi di Sea-Intelligence pubblicata il 19 agosto indica che circa il 5% della capacità globale risulta oggi assorbito dai ritardi, una quota equivalente a circa 1,7 milioni di TEU.
Il dato è nettamente superiore ai livelli precedenti alla pandemia. Tra il 2011 e il 2019 i ritardi impegnavano mediamente il 2,2% della capacità mondiale. La differenza di 2,8 punti percentuali rispetto a quel periodo corrisponde, da sola, a circa 1 milione di TEU.
La dimensione del fenomeno emerge anche dal confronto con le flotte dei principali operatori: 1,7 milioni di TEU rappresentano una capacità paragonabile a quella di una delle maggiori compagnie di navigazione mondiali.
La capacità non viene penalizzata soltanto dal numero di navi in ritardo, ma anche dalla durata degli scostamenti rispetto alle schedule.
L’affidabilità globale dei servizi portacontainer si mantiene tra il 60 e il 65%, contro valori compresi indicativamente tra il 70 e l’80% nel periodo 2011-2019. Quando una nave non rispetta la data prevista, inoltre, il ritardo è oggi generalmente compreso tra 5 e 5,5 giorni, rispetto ai circa tre-quattro giorni precedenti alla pandemia.
Nel giugno 2026 l’affidabilità globale si è attestata al 62,6%, in calo di 1,9 punti percentuali, mentre il ritardo medio delle navi arrivate fuori programma è stato pari a 5,31 giorni.
Ogni giorno aggiuntivo trascorso da una nave fuori dalla rotazione prevista riduce la possibilità di utilizzare quella stessa capacità in altre tratte della rete.
Tra le aree maggiormente sotto pressione figurano i porti del Nord Europa. La congestione negli scali della regione ha mantenuto per gran parte del 2026 l’affidabilità dei collegamenti transatlantici al di sotto del 50%.
A luglio la puntualità dei servizi dal Nord Europa verso la costa orientale degli Stati Uniti è scesa al 28%. I disservizi hanno già portato alcune compagnie a saltare determinati scali o cancellare partenze programmate.
Sul sistema portuale pesa anche l’elevato volume di importazioni provenienti dall’Asia. Nei terminal di Rotterdam e Anversa l’occupazione dei piazzali ha superato regolarmente il 90%, complicando le operazioni di movimentazione e il caricamento dei container destinati ai collegamenti transatlantici.
A Rotterdam la congestione è stata amplificata anche da criticità operative nell’area di Maasvlakte II. Temperature superiori ai 30 °C hanno imposto chiusure temporanee dei varchi del terminal, mentre l’aumento degli arrivi di merci refrigerate ha incrementato la pressione sulle attività di movimentazione e sui controlli dei reefer.
Per agosto è stata predisposta capacità aggiuntiva per l’alimentazione dei container refrigerati. Ai clienti è stato inoltre richiesto di considerare tempi più lunghi per ritiri e consegne e di programmare con maggiore anticipo il trasporto terrestre.
Le difficoltà non rimangono infatti circoscritte al lato mare. L’aumento dei volumi sta esercitando pressione anche su strade, collegamenti ferroviari, chiatte e altri nodi della rete terrestre.
Quando una nave arriva con diversi giorni di ritardo, grandi quantità di container possono concentrarsi sul terminal in un intervallo temporale ridotto. Autotrasportatori e spedizionieri devono quindi riorganizzare i ritiri, mentre dogane e infrastrutture retroportuali sono chiamate ad assorbire improvvisi picchi di traffico.
Per i proprietari delle merci, gli effetti operativi comprendono variazioni frequenti degli ETA, minore prevedibilità nella disponibilità dei container, perdita degli slot di ritiro e maggiore pressione sulla capacità di stoccaggio.
Il quadro evidenzia così una crescente distanza tra capacità nominale della flotta e capacità realmente utilizzabile: i livelli estremi della pandemia sono stati superati, ma affidabilità degli orari e durata dei ritardi restano peggiori rispetto al periodo precedente al 2020.
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