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Bab el-Mandeb: il nuovo choke point che minaccia la supply chain europea
Crisi Mar Rosso e Hormuz: supply chain globale sotto pressione


Trasporti Nazionali e Internazionali

Bab el-Mandeb: il nuovo choke point che minaccia la supply chain europea

10 Aprile 2026

Nel dibattito geopolitico e logistico delle ultime settimane, l’attenzione si è concentrata sullo Stretto di Hormuz. Tuttavia, il vero punto di rottura potrebbe essere un altro: Bab el-Mandeb, snodo strategico tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano. Con i suoi 113 km di lunghezza e 32 km di larghezza, rappresenta uno dei choke point più sensibili al mondo. Non è solo una questione geografica: da questo passaggio transita circa il 12% del commercio mondiale di petrolio via mare.

Il suo nome, “Porta delle Lacrime”, non è solo evocativo: sintetizza perfettamente il rischio sistemico che oggi grava sulla supply chain globale. Per l’Italia e per l’Europa, il valore strategico è ancora più evidente, essendo un passaggio obbligato per il traffico diretto al Canale di Suez e quindi al Mediterraneo. La sua eventuale chiusura non sarebbe un evento locale, ma uno shock sistemico sulla logistica internazionale, con impatti immediati su costi, tempi e affidabilità delle catene di approvvigionamento.

Traffico già ridotto e rotte ridisegnate

I dati confermano che la crisi è già in atto. Secondo Bloomberg, il traffico attraverso Suez è passato da 75 navi al giorno prima del 7 ottobre 2023 a sole 32 a febbraio, con un’ulteriore contrazione dopo l’escalation in Iran. Le compagnie di navigazione hanno progressivamente sospeso i transiti, anticipando il rischio di attacchi degli Houthi.

Di fatto, il Mar Rosso risulta già oggi non utilizzato o fortemente limitato, con un ripensamento completo delle rotte globali. La soluzione più adottata è la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza, una scelta ormai consolidata ma onerosa.

Le alternative operative evidenziano una frammentazione della rete logistica:

  • Europa–Estremo Oriente: rotta via Capo di Buona Speranza;
  • Porti del Mar Rosso (Aqaba, Jeddah): accesso via Suez, quando possibile;
  • Porti a est di Hormuz (Khor Fakkan, Salalah): via Africa;
  • Porti a ovest di Hormuz (Jebel Ali, Dammam): serviti via terra o con soluzioni combinate mare/strada.

Questo scenario segna un passaggio chiave: la supply chain globale sta passando da un modello ottimizzato a uno resiliente ma inefficiente, dove la priorità non è più il costo minimo, ma la continuità operativa.

Costi, congestione e perdita di prevedibilità

L’impatto economico è immediato e misurabile. Il costo di un trasporto combinato mare/terra ha raggiunto i 10.000 dollari per container, contro meno di 1.000 dollari nel periodo prebellico: un aumento di almeno 10 volte. Ma il costo è solo una parte del problema.

Le criticità principali riguardano:

  • Congestione dei porti alternativi, incapaci di assorbire volumi come quelli di hub strategici (Jebel Ali movimentava 19 milioni di TEU);
  • Allungamento dei tempi di transito, dovuto alle rotte più lunghe;
  • Imprevedibilità operativa, con container fermi per giorni o settimane nei porti di transito;
  • Incremento dei costi accessori legati a soste e giacenze.

In questo contesto, il vero rischio per le aziende non è solo l’aumento dei costi, ma la perdita di controllo sulla supply chain. La variabilità diventa la nuova normalità, rendendo obsolete molte logiche di pianificazione tradizionali.

La crisi del Mar Rosso e di Bab el-Mandeb non è quindi un evento contingente, ma un segnale strutturale: la globalizzazione logistica sta entrando in una fase in cui sicurezza, geopolitica e resilienza ridefiniscono le priorità operative.

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