La crisi permanente nel Mar Rosso e le tensioni nel Golfo stanno trasformando la logistica marittima in un fattore critico di competitività. Il blocco operativo del Canale di Hormuz ha imposto il periplo dell’Africa, introducendo una sovracosto strutturale superiore ai 2.000 euro per container sulla rotta Napoli-Mumbai, secondo SRM. Parallelamente, i tempi di transito sono passati da 30 a oltre 45 giorni, con effetti che travalicano il semplice incremento dei costi.
Per i prodotti deperibili, come formaggi freschi e ortofrutta, la logistica diventa una variabile commerciale: la riduzione della shelf-life impone rinegoziazioni contrattuali al ribasso, con distributori asiatici sempre più aggressivi. Il trasporto non è più solo una funzione operativa, ma un driver diretto di valore e rischio lungo tutta la supply chain.
Uno degli effetti meno intuitivi riguarda il trasporto “dry”, tradizionalmente considerato stabile. Pasta e conserve, pur non richiedendo refrigerazione, subiscono un deterioramento qualitativo durante il transito lungo la rotta del Capo. Studi di Federalimentare evidenziano come nei container standard si generi un “effetto forno” con temperature fino a 65°C, capace di alterare le proprietà organolettiche e accelerare fenomeni ossidativi.
Le conseguenze sono operative ed economiche:
Confagricoltura rileva che il costo del trasporto per una spedizione verso Singapore è passato dal 6% al 14% del valore della merce, ridefinendo completamente le logiche di pricing internazionale.
Nel tentativo di reagire, il Mezzogiorno sta evolvendo da punto di partenza a nodo logistico avanzato. Porti come Gioia Tauro e Bari, sostenuti da PNRR e ZES Unica, stanno investendo in magazzini refrigerati di nuova generazione per aumentare flessibilità e capacità di consolidamento. Questa trasformazione introduce una logica più evoluta di gestione delle scorte e pianificazione delle spedizioni.
Tuttavia, il contesto resta critico:
Secondo Sace, il sistema rischia di perdere competitività strutturale nei mercati asiatici, dove la sensibilità al prezzo resta determinante.
La crisi logistica ha reso evidente un elemento spesso sottovalutato: la capacità di gestione del rischio è ormai un vantaggio competitivo. Le PMI, in particolare nel comparto conserviero, registrano una contrazione dell’EBITDA tra il 5% e l’8%, secondo Cerved e Anicav.
Le multinazionali reagiscono con strumenti avanzati:
Le PMI, al contrario, subiscono la volatilità spot e sono spesso costrette a trasferire i costi sul cliente, con perdita di competitività.
Il ricorso crescente alle clausole FOB rappresenta una soluzione apparente.
Se da un lato consente di trasferire il costo del trasporto al buyer, dall’altro genera effetti collaterali rilevanti:
Bankitalia segnala un aumento del fabbisogno di capitale circolante del 12%, dovuto all’allungamento dei tempi di incasso. Il pagamento, infatti, avviene spesso allo sbarco: con rotte più lunghe, l’incasso slitta di circa 20 giorni, generando tensioni finanziarie strutturali.
La risposta del sistema produttivo passa dall’aggregazione. I Consorzi Logistici di Distretto nascono per aumentare il potere negoziale sui volumi e ottenere condizioni migliori. Parallelamente, si affacciano tecnologie avanzate come la blockchain per garantire tracciabilità e qualità su viaggi superiori ai 50 giorni.
Il problema resta asimmetrico: mentre i grandi player investono, molte PMI faticano a coprire i costi base, inclusi quelli assicurativi. Secondo Nomisma, il rischio è una accelerazione della concentrazione industriale, con un mercato asiatico sempre più selettivo, accessibile solo a chi dispone di risorse finanziarie e infrastrutturali adeguate.
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