In un articolo del Corriere si spiega il braccio di ferro con il gruppo di Seattle sui contratti e i contributi nazionali ed europei per i servizi postali




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Amazon, stretta dall’Agcom sulla posizione in Italia

28 Marzo 2018

Occhi puntati su Amazon, perché nelle prossime settimane l’Agcom prenderà una decisione che riguarda le attività del colosso nel nostro Paese.
Nel mese di dicembre 2017 l’Autorità delle comunicazioni aveva inviato al gruppo di Jeff Bezos una diffida a «regolarizzare la propria posizione».
Il problema riguarda la sua natura di società di servizi postali, dato i volumi di pacchi che fa circolare.

Solo il 24 novembre scorso su Amazon in Italia sono stati ordinati due milioni di prodotti, quasi il quadruplo rispetto allo stesso giorno del 2015.
Il gruppo di Seattle dovrebbe dunque sottoporsi agli obblighi sui contratti o i contributi indicati dalle leggi nazionali e europee per i servizi postali.

La prima reazione di Amazon è stata di non rispondere.
Non entro le due settimane indicate dall’Agcom.
Un braccio di ferro – come si comprende dall’articolo – che nasce anche dalla trasformazione che Amazon sta imprimendo al tessuto delle imprese in Italia.

Ieri l’agenzia statistica Istat ha mostrato che la fiducia fra i commercianti tradizionali è scesa sotto ai livelli del 2010; la grande distribuzione di elettronica di consumo scivola di nuovo nella crisi: giorni fa Trony ha annunciato il licenziamento di 500 addetti (chiude 43 negozi in Italia) e il mese scorso Mediaworld ha aperto una vertenza per l’uscita o il taglio ai salari di 700 dipendenti, mentre Amazon vara un piano di investimenti di 800 milioni con i fatturati italiani che si avvicinano ormai agli 8 miliardi di euro

Eppure il gruppo paga poche tasse in Italia perché, si spiega, «i nostri profitti sono rimasti bassi».
Nelle prossime settimane quindi si assisterà alla fase finale del pressing dell’Agcom sui servizi del colosso?





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