09 settembre 2020

Costi o servizio?

di Paolo Azzali
Chi come me, “vive” da molti anni l'organizzazione delle aziende italiane sa di doversi continuamente confrontare con le due tradizionali "alternative" della logistica: costi e servizio.
In realtà una delle due è molto più apprezzata dell'altra.

Le cose non sembrano purtroppo essere cambiate molto da quando, ormai quasi 30 anni fa, la parola Logistica ha fatto la sua comparsa nel mondo aziendale: dalla logistica e dai logistici si pretende fondamentalmente la riduzione di alcuni costi.
E questo è un bel problema!

La riduzione dei costi logistici infatti, sebbene auspicabile, non è mai sufficiente ad ottenere un vero e duraturo vantaggio competitivo, a meno che non si parta da una situazione disastrosa: in tal caso al limite ci possiamo garantire qualche anno di sopravvivenza.

Bisogna quindi smetterla di chiedere ai logistici solo di ridurre i costi; ed i logistici devono imparare a dire che il loro mestiere è anche quello di contribuire ad aumentare i ricavi.
Si, proprio così: aumentare il servizio, soddisfare i clienti, aumentare i ricavi.
Ed è di ricavi che le aziende italiane hanno bisogno oggi!

Provate a pensare a quante volte abbiamo sentito dire ai top manager che per reggere la concorrenza internazionale servono aziende grandi, con grandi fatturati e che per far questo è necessario acquistare altre aziende effettuare fusioni, allargare i mercati, ecc.

Non c’è forse in loro un po’ di incoerenza quando sbandierano la logistica come grande arma per il recupero dell’efficienza e la riduzione dei costi?

Il ragionamento che si genera nelle loro aziende è più o meno il seguente.
“Non siamo competitivi, dobbiamo recuperare marginalità, dobbiamo ridurre i costi, cerchiamo di ridurre i costi della logistica dove si stanno spendendo un sacco di soldi (nessuno conosce bene quanti)”.
A questo segue spesso un buon lavoro del logistico che “porta a casa” con grandi sforzi il suo bel risultato in termini di riduzione costi ed anche un certo, ma mai esagerato, riconoscimento.
Trascorre un anno o poco più e l’azienda è competitiva come prima; in pratica non lo è.

Il ragionamento aziendale a questo punto si sviluppa così:
“Non siamo competitivi, abbiamo lavorato molto sulla logistica ma è servito a poco. Con la logistica non si compete”.
La frittata è fatta: Messa così…i logistici sono poco utili. Senza via di scampo!

Ai logistici vanno invece richiesti interventi che rendano i clienti abituali talmente soddisfatti e contenti del servizio ricevuto, da incrementare nettamente i loro acquisti anche in presenza della generalizzata e importante crisi dei consumi che, per vari motivi, caratterizza la nostra epoca.

Buon lavoro!!!

Logisticamente riparte con il webinar gratuiti, scopri "Alla ricerca della flessibilità", martedì 22 settembre.
17 giugno 2020

Magazzino piccolo, scorte piccole

di Paolo Azzali
Ho visitato di recente un'azienda commerciale che, pur in presenza di vincoli di spazio notevoli, presenta una buona gestione delle scorte.

Poiché ciò richiede grande attenzione e notevole sforzo organizzativo da parte degli addetti, la direzione sta pensando di creare un nuovo magazzino ed io mi chiedo se questa notevole spesa sia proprio necessaria e, soprattutto, se una volta realizzata migliorerà la gestione.

Il fatto è che esistono due tipi di scorta: la scorta gestita e la scorta subita.
Premesso che “scorta” significa “merce in casa in un dato istante” e che “gestire le scorte” significa, di conseguenza, almeno in teoria: “avere in casa in ogni istante e di ogni prodotto esattamente ciò che si desidera”, dobbiamo riconoscere che, se le cose stanno così, è obiettivamente difficile per chiunque poter dire di essere un vero gestore.

Perché, come spesso ripeteva un mio amico buyer: “ Le scorte , più che gestirle si subiscono. Tu ordini un prodotto e lui arriva quando vuole – o, meglio, quando lo decidono il fornitore e il trasportatore - poi se ne va perché un cliente decide di comprarlo,..in pratica tu sei sempre in attesa. Più che lui a dipendere da te, sei tu che dipendi da lui!”
Ironia a parte, bisogna riconoscere che in questo discorso c’è un fondo di verità.

Perché molti sono i vincoli che limitano le scelte del logistico: i prodotti nuovi hanno domanda difficilmente prevedibile, i fornitori suggeriscono “caldamente” l’entità dei lotti di riordino, anche la produzione e i trasporti vogliono “dire la loro” su questo argomento, se poi un prodotto è stagionale c’è ben poco da scegliere in merito alle loro scorte… Insomma solitamente la presenza di vari vincoli ha come risultato una gestione peggiore di quella che si potrebbe realizzare se i vincoli non ci fossero.

Ma questo significa forse che non si sta lavorando bene?
Niente affatto: significa solo che il gestore opera nei limiti imposti dall’ambiente e, se è abile, potrà comunque scegliere la soluzione migliore tra le possibili. Anzi, è proprio in questi casi che si evidenzia la sua abilità.

Ma torniamo all'azienda di cui vi ho accennato all'inizio.
L’eliminazione dei vincoli implica necessariamente un miglioramento nella gestione? In teoria si dovrebbe rispondere “si” a questa domanda; in pratica non è detto.

Siamo certi che, disponendo di maggiori spazi non ci si approfitti per ordinare lotti più grandi, tenere scorte di sicurezza maggiori, accumulare “scorte da angoscia” più che da “reali necessità”.
Sembrano ipotesi folli ma quante volte abbiamo constatato che ciò può succedere e quante volte abbiamo pensato “benedetto il vincolo dello spazio o quello finanziario che costringono ad effettuare una gestione accorta delle risorse?”

Sia ben chiaro: con questo non si vuol dire che la costruzione del nuovo magazzino sia inutile o addirittura deleteria.
Ma che ma che molto del successo dell’iniziativa dipenderà dall’uso che se ne farà e soprattutto dalla capacità del gestore di essere il più possibile capace di gestire le scorte anziché di subirle.
20 maggio 2020

Inventory management "alla buona"

di Paolo Azzali
Recentemente sono stato invitato come docente ad un corso di formazione sulla gestione delle scorte. I partecipanti erano un gruppo di imprenditori di aziende di distribuzione di prodotti alimentari che aderiscono ad un importante consorzio nazionale.

Vuoi per l’argomento, vuoi per la presenza come “allievi” di titolari d’azienda (che costituiscono comunque una “classe” particolare), l’iniziativa è stata molto stimolante.

Il pizzico di sale in più è stato poi aggiunto all’inizio dall’organizzatore del corso che, al momento dell’affidamento dell’incarico, si è così espresso:
“Caro Dott. Azzali, mi raccomando, in aula avrà degli imprenditori, persone abituate a lavorare ma non a studiare; se la sua lezione sarà troppo tecnica e/o troppo “pesante” si annoieranno ed il corso non avrà successo anche se ritengo la sua materia molto importante”.

Siamo alle solite, pensai, chi non conosce una materia aziendale tecnica ma la vuole imparare senza fatica, spesso la banalizza e pretende di trasformarla in qualcosa di semplice ed intuitivo (all’acqua di rose). Questo non è però nè semplice nè sempre possibile. Il mio interlocutore però aveva ragione su una cosa: se il messaggio non viene capito…viene rifiutato.

La questione di fondo in sintesi è la seguente: è possibile insegnare alle aziende a svolgerla meglio? In pratica, tali aziende, adottando certi comportamenti, possono avere scorte “più giuste” e quindi che consentano di abbassare i costi e ridurre le rotture di stock che generano disservizio ai clienti?

La mia risposta è positiva, almeno per la grande maggioranza dei casi che possiamo considerare.
Infatti per avere scorte giuste è necessario fare meglio le due cose che le aziende già fanno:
  • le previsioni della domanda futura;
  • il calcolo delle scorte di sicurezza e quindi dei quantitativi di merce che ogni giorno è necessario ordinare ai fornitori.
Però, per quanto riguarda le previsioni, nessuno in azienda le fa volentieri, è comunque difficile farle bene, qualcuno le deve fare comunque, chi acquista le fa sicuramente e spesso con risultati più modesti di quanto potrebbe.

Per quanto riguarda le scorte, si banalizza spesso il problema nascondendosi dietro frasi del tipo “se le previsioni fossero buone tutto sarebbe risolto”, oppure “abbiamo sempre fatto così e non sembra esserci altro ragionevole modo”, si scaricano responsabilità sui fornitori, si accetta un modesto contributo dal sistema informativo aziendale.

Io credo che le cose potrebbero veramente andare in modo diverso: in moltissime aziende si possono fare buone previsioni e calcolare giusti livelli di scorta miscelando opportunamente intuito e statistica, buon senso e calcolo delle probabilità.

In sostanza utilizzando con raziocinio i sistemi ed i modelli studiati dalle discipline scientifiche alle quali abbiamo appena accennato.

E qui veniamo al punto ed all’Inventory management "alla buona"…che non esiste.
Alcuni di tali modelli e di tali sistemi funzionano molto bene, ma sono complessi e “noiosi” da comprendere e quindi da adottare.

Quando in aula sono presenti studenti universitari o giovani manager freschi di studi, non c’è nessun problema di comprensione.

Quando in aula sono invece presenti imprenditori o top manager, se il docente propone qualche formula per spiegare e dimostrare come e perché si possono ottenere benefici……i partecipanti arricciano il naso, si distraggono, cominciano a sussurrare frasi del tipo “tutte balle teoriche”.

Purtroppo a tutto ciò non esiste soluzione che non sia quella di un buon compromesso.
La gestione delle scorte andrebbe insegnata (con tutte le sue formule) ai giovani ed agli analisti o programmatori di software; agli imprenditori andrebbe fatto invece un corso “all’acqua di rose” con il semplice obiettivo di far comprendere l’entità dei miglioramenti potenzialmente raggiungibili con l’adozione di metodi più scientifici inevitabilmente implementati sul sistema informativo aziendale.

Periodicamente Logisticaemnte.it organizza dei corsi di formazione, la prima sessione dell'anno si volgerà in modalità streaming, per saperne di più clicca qui, scopri le date e come partecipare

29 aprile 2020

Un buon magazzino!

di Paolo Azzali
In ogni intervento di riorganizzazione aziendale, in ogni progetto di logistica, in molte discussioni fra manager d’azienda … è veramente molto improbabile che non si parli del magazzino: un magazzino in più, un magazzino in meno, un magazzino troppo piccolo o troppo grande, un magazzino inefficiente, un magazzino che non evade tutti gli ordini, ecc.

Anche quando si decide di far gestire la logistica ad un provider esterno quest’ultimo affronta il problema cominciando a domandarsi dove immagazzinare (o far transitare) le merci del suo nuovo cliente; in pratica comincia il suo lavoro cercando un magazzino adeguato.
Il magazzino dunque non manca mai.

E se non manca mai significa che è molto importante; e se è molto importante significa che deve essere un buon, anzi ottimo, magazzino.

Ma com’è un buon magazzino?

Credo che al riguardo ci siano una serie di importanti requisiti da soddisfare ma, una prima risposta generale, potrebbe essere la seguente: “Un buon magazzino è un magazzino in grado di fare quello che deve fare per aiutare l’azienda ad essere più competitiva.

Volendo poi approfondire un poco la questione possiamo dire che un buon magazzino deve:
  • avere una natura ben definita e quindi caratteristiche funzionali definite in relazione al suo diverso ruolo (stoccaggio, distribuzione, transito, ecc.) nel sistema distributivo;
  • essere ben localizzato in funzione dei flussi in entrata ed in uscita e dei costi logistici specifici (trasporto, ecc.)
  • essere inserito in un contesto infrastrutturale adeguato ad aumentarne l’efficienza complessiva;
  • essere ben dimensionato per contenere lo stock o la scorta di transito pianificata;
  • essere ben attrezzato sia per quanto riguarda sistemi di movimentazione e stoccaggio sia per quanto riguarda il software e l’hardware di supporto alla gestione operativa.
Pensate che tutto ciò sia immediato e scontato?
Io credo di no. Pensateci!

Ti interessa il tema? Scarica ora gratuitamente il whitepaper "Il WMS giusto"

15 aprile 2020

Piccoli KPI crescono

di Stefano Bianchi
Ho potuto riscontrare in diverse occasioni che il rapporto di un’azienda con i propri KPI è contraddistinto da più fasi evolutive.

In una fase iniziale il KPI viene visto come qualcosa di complicato e di inutile, e questo dipende probabilmente dalla diffidenza nell’accostarsi a qualcosa di nuovo e dal tempo necessario per il calcolo del KPI stesso, tempo che, alla luce dello stress e della velocità che caratterizza il mondo moderno, viene quasi sempre inevitabilmente classificato come “tempo sprecato”.

Se si sopravvive alla prima fase e si decide di andare avanti, spesso si incontra la fase della “banalizzazione”.
Questa fase è caratterizzata dal fatto che si rimane piacevolmente sorpresi dal fatto che il KPI in fondo è una divisione come quella che ci hanno insegnato alle scuole elementari: una barretta orizzontale che separa un numeratore da un denominatore. Questa seconda fase a mio avviso è la più pericolosa, perché spesso conduce l’azienda a sedersi sugli allori e calcolare KPI sbagliati.

La terza fase, quando viene raggiunta, invece è quella della “maturità”, quella dove l’azienda esamina in modo critico i propri KPI, ma soprattutto li utilizza per orientarsi e assumere le decisioni corrette oppure per avviare progetti di miglioramento.

Esiste poi una quarta fase, quella “economica”.
In questa fase il nostro KPI viene tradotto in modo più o meno diretto in un valore economico: la parte variabile della retribuzione di un dipendente oppure un meccanismo bonus-malus in un rapporto cliente-fornitore.

E qui se ne vedono delle belle: improvvisamente il nostro KPI, da sterile esercizio intellettuale nonché perdita di tempo, assurge al ruolo di arbitro del nostro destino.
In questo caso, naturalmente, il KPI deve essere a prova di bomba: inattaccabile, incontestabile, verificabile, ripetibile ecc. ecc.

Implementare in maniera corretta questa quarta fase è complesso e richiede tempi ed energie, escludendo ovviamente i casi in cui possa essere “imposta” da un potere contrattuale non equilibrato.
25 marzo 2020

Cruscotti e KPI

di Stefano Bianchi
Poche aziende misurano le proprie prestazioni logistiche in maniera corretta, sia perché utilizzano per misurare KPI (Key Performance Indicators) non corretti, sia perché spesso i numeri con i quali calcolano i suddetti KPI sono a loro volta sbagliati.

Ma poi, in fondo, perché si misura? Forse per fare benchmarking, ovvero per confrontarsi con i concorrenti?

No, si misura per confrontarsi con se stessi.

Per guardarsi dentro in modo il più possibile oggettivo. Si misura una prima volta per capire dove e quanto dobbiamo migliorare, e poi si continua a misurare per capire se in effetti siamo migliorati davvero oppure non è cambiato nulla. Misurare ha senso solo se continuiamo a farlo: una volta sola non serve!

L’unico benchmarking credibile può essere quello utilizzato per confrontare tra loro i membri di un gruppo di lavoro, per misurare le differenze, fissare le prestazioni obiettivo, ragionare sugli standard.

A volte, poi, capita che le aziende partano dal fondo, ovvero non si accontentino di uno, due, tre KPI, ma ambiscano direttamente alla costruzione del mitico cruscotto.

Un cruscotto per il monitoraggio delle prestazioni, sia in logistica che in altre aree aziendali, deve essere composto da alcuni indicatori, non troppi, non pochi, che consentano a chi lo guarda di ricavare informazioni utili su come agire per migliorare la situazione.

Per questo motivo, per esempio, indici troppo complessi, dei quali si fa fatica a “vedere” il significato “fisico” sono inutili, se non dannosi.

Gli indici devono essere semplici e spietati: semplici da interpretare e spietati nel dipingere la situazione esattamente come è. Troppi indici semplici sono dispersivi, pochi indici complessi risultano di difficile interpretazione.

Proviamo semplicemente a crederci, a misurare davvero per migliorare.

<< < 1 2 3 4 5  ... > >> 

1 di 13

Video

Vedi tutti
Eventi e Workshop

"Alla ricerca della flessibilità" - webinar 07/07/2020

14 luglio 2020
Dalle Aziende
Conad Nord Ovest, la sfida vinta con Modula
11 maggio 2020
Dalle Aziende
Piattaforma Modula Cloud
08 aprile 2020

Newsletter

Iscriviti alle nostre newsletter!

Ricevi gratuitamente informazioni e aggiornamenti in materia di logistica, trasporti, magazzino.

Seguici su LinkedIn

Logisticamente.it