14 aprile 2021

Quando si vuole cambiare software

di Paolo Azzali
“Il nostro attuale software per la gestione della logistica non funziona più per tutta una serie di motivi che non sto qui ora a spiegarle. Dobbiamo cambiarlo! Abbiamo interpellato un potenziale fornitore ma, nell’incontro iniziale, non ci ha entusiasmato. Lei ci può aiutare? Con il mestiere che fa, con l’esperienza che ha, chissà quante software house conosce; quali pensa che noi dovremmo contattare per invitarle ad effettuare qui da noi una demo dei loro prodotti?”

Non è raro che il sottoscritto venga interpellato da manager d'azienda con una modalità analoga a quella appena citata. Specialmente quando le aziende hanno problemi relativi ai software dipartimentali per gestire le varie attività logistiche come la pianificazione della domanda, la gestione delle scorte, la gestione del magazzino o la gestione dei trasporti.

I problemi di queste aziende, in questa situazione, possono essere più o meno complicati.
Esistono sostanzialmente tre strade diverse per affrontarli:
  • la prima possibilità consiste nel realizzare un vero e proprio studio sul processo logistico dell'azienda. Così si metterebbe in discussione l’attuale organizzazione per scoprire veramente dove sono i problemi originari che attualmente si manifestano solamente a livello di utilizzo dell'attuale supporto software;

  • la seconda possibilità prevede di effettuare un’analisi dei requisiti funzionali del nuovo software dipartimentale ipotizzando che nulla venga in futuro cambiato rispetto ad oggi nelle logiche di gestione del processo logistico in questione. Con il documento che si riesce a produrre ci si può rivolgere agevolmente a diversi fornitori di software per selezionare quello che risponde meglio ai suddetti requisiti;

  • la terza possibilità, infine, consiste semplicemente nell’individuare 3 o 4 aziende ritenute meritevoli di partecipare ad una software selection.
La scelta della strada da percorrere dipende esclusivamente dal tipo di certezze che l'azienda ha già in merito al processo logistico da migliorare!
13 gennaio 2021

Il decisionismo indecisionista

di Paolo Azzali
Stavo riflettendo su alcuni interrogativi che mi sono posto recentemente in occasione di alcuni colloqui con manager e titolari d'azienda.
Le aziende hanno fisiologicamente dei problemi da risolvere ma è a volte difficile focalizzarli con raziocinio senza banalizzarli troppo.

Le piccole e medie aziende industriali italiane hanno in genere tutte problemi di logistica nel vero senso della parola e cioè relativi a tutto il processo operativo o addirittura a tutto il sistema logistico.
Sono consapevoli di questo?
No, pensano di avere problemi relativi a singole attività del ciclo logistico che spesso vengono associati ad inefficienze del sistema informativo.

Purtroppo però un software dipartimentale per la gestione di particolari processi logistici risolve soprattutto problemi relativi all’automazione di procedure complesse che, per risultare efficienti, devono considerare ed elaborare una moltitudine di dati.

Un software, da solo, non riesce a risolvere problemi relativi all’adeguatezza delle logiche di funzionamento delle procedure stesse o problemi relativi all’attendibilità dei dati di input o problemi di effettiva esecuzione di quanto pianificato.

Accade spesso che i manager deputati a risolvere questi problemi non riescano a farlo perché schiacciati dalla pressione di arrivare rapidamente e pragmaticamente al nocciolo della questione.
Il problema è che molti manager pensano (e/o dicono) di essere arrivati a questo "nocciolo" quando ne sono invece ancora lontani.
La fretta e la smania di risolvere un problema spesso porta ad essere superficiali e quindi a banalizzare il problema stesso.
E se si banalizza un problema (di logistica o di qualsiasi altro genere) il problema non si risolve; al massimo si rinvia.
Un manager ispirato solo dal “decisionismo-indecisionista” non è mai un buon manager per la sua azienda.
16 dicembre 2020

Il magazzino camaleonte

di Stefano Bianchi
In tutte le aziende esiste un magazzino.
Bello, brutto, grande, piccolo, manuale o automatizzato, lui, il magazzino, è sempre lì: fedele come un cane e con le sette vite di un gatto.

Quante volte lo abbiamo dato per spacciato o abbiamo cercato di liberarcene?
Nei secoli il magazzino ha imparato a mutare forma meglio di un camaleonte, ha cercato di mantenersi al passo con i tempi, ha affrontato le sfide della Supply Chain, del JIT, della Lean, dell’E-Commerce, è stato crivellato di colpi con una sfilza di acronimi e termini anglosassoni, e malgrado tutto questo è sempre lì.

L’azienda lamenta un livello di servizio inadeguato o un tempo di consegna eccessivo?
Fin troppo facile sparare sul magazzino, se non altro perché è l’attore della catena che ogni volta rimane con il proverbiale cerino in mano e si scotta le dita.

Se ci fermiamo un attimo a riflettere, possiamo facilmente renderci conto che il magazzino camaleonte, nel tempo, ha perfino imparato a occupare altri spazi all’interno dell’azienda, per esempio ingegnandosi in attività legate alla personalizzazione dei prodotti, oppure dilettandosi in attività di customer service, di pianificazione dei trasporti, finanche di riparazione e manutenzione, e tutto questo spesso in contesti fatiscenti, pericolosi, con attrezzature inadeguate.

Non risulta molto coerente: sarebbe come pretendere prestazioni da formula 1 a una vecchia utilitaria alla quale tra l’altro non ho mai fatto neppure un tagliando!

Questa incoerenza tra dare e avere riguardo il magazzino rappresenta un rischio potenziale per ogni azienda, un rischio che secondo il mio parere non vale la pena correre, anche perché in fondo per invertire la tendenza negativa e migliorare la situazione non servirebbe altro che una maggiore sensibilità su almeno due elementi di base: ergonomia e sicurezza.

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09 settembre 2020

Costi o servizio?

di Paolo Azzali
Chi come me, “vive” da molti anni l'organizzazione delle aziende italiane sa di doversi continuamente confrontare con le due tradizionali "alternative" della logistica: costi e servizio.
In realtà una delle due è molto più apprezzata dell'altra.

Le cose non sembrano purtroppo essere cambiate molto da quando, ormai quasi 30 anni fa, la parola Logistica ha fatto la sua comparsa nel mondo aziendale: dalla logistica e dai logistici si pretende fondamentalmente la riduzione di alcuni costi.
E questo è un bel problema!

La riduzione dei costi logistici infatti, sebbene auspicabile, non è mai sufficiente ad ottenere un vero e duraturo vantaggio competitivo, a meno che non si parta da una situazione disastrosa: in tal caso al limite ci possiamo garantire qualche anno di sopravvivenza.

Bisogna quindi smetterla di chiedere ai logistici solo di ridurre i costi; ed i logistici devono imparare a dire che il loro mestiere è anche quello di contribuire ad aumentare i ricavi.
Si, proprio così: aumentare il servizio, soddisfare i clienti, aumentare i ricavi.
Ed è di ricavi che le aziende italiane hanno bisogno oggi!

Provate a pensare a quante volte abbiamo sentito dire ai top manager che per reggere la concorrenza internazionale servono aziende grandi, con grandi fatturati e che per far questo è necessario acquistare altre aziende effettuare fusioni, allargare i mercati, ecc.

Non c’è forse in loro un po’ di incoerenza quando sbandierano la logistica come grande arma per il recupero dell’efficienza e la riduzione dei costi?

Il ragionamento che si genera nelle loro aziende è più o meno il seguente.
“Non siamo competitivi, dobbiamo recuperare marginalità, dobbiamo ridurre i costi, cerchiamo di ridurre i costi della logistica dove si stanno spendendo un sacco di soldi (nessuno conosce bene quanti)”.
A questo segue spesso un buon lavoro del logistico che “porta a casa” con grandi sforzi il suo bel risultato in termini di riduzione costi ed anche un certo, ma mai esagerato, riconoscimento.
Trascorre un anno o poco più e l’azienda è competitiva come prima; in pratica non lo è.

Il ragionamento aziendale a questo punto si sviluppa così:
“Non siamo competitivi, abbiamo lavorato molto sulla logistica ma è servito a poco. Con la logistica non si compete”.
La frittata è fatta: Messa così…i logistici sono poco utili. Senza via di scampo!

Ai logistici vanno invece richiesti interventi che rendano i clienti abituali talmente soddisfatti e contenti del servizio ricevuto, da incrementare nettamente i loro acquisti anche in presenza della generalizzata e importante crisi dei consumi che, per vari motivi, caratterizza la nostra epoca.

Buon lavoro!!!

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17 giugno 2020

Magazzino piccolo, scorte piccole

di Paolo Azzali
Ho visitato di recente un'azienda commerciale che, pur in presenza di vincoli di spazio notevoli, presenta una buona gestione delle scorte.

Poiché ciò richiede grande attenzione e notevole sforzo organizzativo da parte degli addetti, la direzione sta pensando di creare un nuovo magazzino ed io mi chiedo se questa notevole spesa sia proprio necessaria e, soprattutto, se una volta realizzata migliorerà la gestione.

Il fatto è che esistono due tipi di scorta: la scorta gestita e la scorta subita.
Premesso che “scorta” significa “merce in casa in un dato istante” e che “gestire le scorte” significa, di conseguenza, almeno in teoria: “avere in casa in ogni istante e di ogni prodotto esattamente ciò che si desidera”, dobbiamo riconoscere che, se le cose stanno così, è obiettivamente difficile per chiunque poter dire di essere un vero gestore.

Perché, come spesso ripeteva un mio amico buyer: “ Le scorte , più che gestirle si subiscono. Tu ordini un prodotto e lui arriva quando vuole – o, meglio, quando lo decidono il fornitore e il trasportatore - poi se ne va perché un cliente decide di comprarlo,..in pratica tu sei sempre in attesa. Più che lui a dipendere da te, sei tu che dipendi da lui!”
Ironia a parte, bisogna riconoscere che in questo discorso c’è un fondo di verità.

Perché molti sono i vincoli che limitano le scelte del logistico: i prodotti nuovi hanno domanda difficilmente prevedibile, i fornitori suggeriscono “caldamente” l’entità dei lotti di riordino, anche la produzione e i trasporti vogliono “dire la loro” su questo argomento, se poi un prodotto è stagionale c’è ben poco da scegliere in merito alle loro scorte… Insomma solitamente la presenza di vari vincoli ha come risultato una gestione peggiore di quella che si potrebbe realizzare se i vincoli non ci fossero.

Ma questo significa forse che non si sta lavorando bene?
Niente affatto: significa solo che il gestore opera nei limiti imposti dall’ambiente e, se è abile, potrà comunque scegliere la soluzione migliore tra le possibili. Anzi, è proprio in questi casi che si evidenzia la sua abilità.

Ma torniamo all'azienda di cui vi ho accennato all'inizio.
L’eliminazione dei vincoli implica necessariamente un miglioramento nella gestione? In teoria si dovrebbe rispondere “si” a questa domanda; in pratica non è detto.

Siamo certi che, disponendo di maggiori spazi non ci si approfitti per ordinare lotti più grandi, tenere scorte di sicurezza maggiori, accumulare “scorte da angoscia” più che da “reali necessità”.
Sembrano ipotesi folli ma quante volte abbiamo constatato che ciò può succedere e quante volte abbiamo pensato “benedetto il vincolo dello spazio o quello finanziario che costringono ad effettuare una gestione accorta delle risorse?”

Sia ben chiaro: con questo non si vuol dire che la costruzione del nuovo magazzino sia inutile o addirittura deleteria.
Ma che ma che molto del successo dell’iniziativa dipenderà dall’uso che se ne farà e soprattutto dalla capacità del gestore di essere il più possibile capace di gestire le scorte anziché di subirle.
20 maggio 2020

Inventory management "alla buona"

di Paolo Azzali
Recentemente sono stato invitato come docente ad un corso di formazione sulla gestione delle scorte. I partecipanti erano un gruppo di imprenditori di aziende di distribuzione di prodotti alimentari che aderiscono ad un importante consorzio nazionale.

Vuoi per l’argomento, vuoi per la presenza come “allievi” di titolari d’azienda (che costituiscono comunque una “classe” particolare), l’iniziativa è stata molto stimolante.

Il pizzico di sale in più è stato poi aggiunto all’inizio dall’organizzatore del corso che, al momento dell’affidamento dell’incarico, si è così espresso:
“Caro Dott. Azzali, mi raccomando, in aula avrà degli imprenditori, persone abituate a lavorare ma non a studiare; se la sua lezione sarà troppo tecnica e/o troppo “pesante” si annoieranno ed il corso non avrà successo anche se ritengo la sua materia molto importante”.

Siamo alle solite, pensai, chi non conosce una materia aziendale tecnica ma la vuole imparare senza fatica, spesso la banalizza e pretende di trasformarla in qualcosa di semplice ed intuitivo (all’acqua di rose). Questo non è però nè semplice nè sempre possibile. Il mio interlocutore però aveva ragione su una cosa: se il messaggio non viene capito…viene rifiutato.

La questione di fondo in sintesi è la seguente: è possibile insegnare alle aziende a svolgerla meglio? In pratica, tali aziende, adottando certi comportamenti, possono avere scorte “più giuste” e quindi che consentano di abbassare i costi e ridurre le rotture di stock che generano disservizio ai clienti?

La mia risposta è positiva, almeno per la grande maggioranza dei casi che possiamo considerare.
Infatti per avere scorte giuste è necessario fare meglio le due cose che le aziende già fanno:
  • le previsioni della domanda futura;
  • il calcolo delle scorte di sicurezza e quindi dei quantitativi di merce che ogni giorno è necessario ordinare ai fornitori.
Però, per quanto riguarda le previsioni, nessuno in azienda le fa volentieri, è comunque difficile farle bene, qualcuno le deve fare comunque, chi acquista le fa sicuramente e spesso con risultati più modesti di quanto potrebbe.

Per quanto riguarda le scorte, si banalizza spesso il problema nascondendosi dietro frasi del tipo “se le previsioni fossero buone tutto sarebbe risolto”, oppure “abbiamo sempre fatto così e non sembra esserci altro ragionevole modo”, si scaricano responsabilità sui fornitori, si accetta un modesto contributo dal sistema informativo aziendale.

Io credo che le cose potrebbero veramente andare in modo diverso: in moltissime aziende si possono fare buone previsioni e calcolare giusti livelli di scorta miscelando opportunamente intuito e statistica, buon senso e calcolo delle probabilità.

In sostanza utilizzando con raziocinio i sistemi ed i modelli studiati dalle discipline scientifiche alle quali abbiamo appena accennato.

E qui veniamo al punto ed all’Inventory management "alla buona"…che non esiste.
Alcuni di tali modelli e di tali sistemi funzionano molto bene, ma sono complessi e “noiosi” da comprendere e quindi da adottare.

Quando in aula sono presenti studenti universitari o giovani manager freschi di studi, non c’è nessun problema di comprensione.

Quando in aula sono invece presenti imprenditori o top manager, se il docente propone qualche formula per spiegare e dimostrare come e perché si possono ottenere benefici……i partecipanti arricciano il naso, si distraggono, cominciano a sussurrare frasi del tipo “tutte balle teoriche”.

Purtroppo a tutto ciò non esiste soluzione che non sia quella di un buon compromesso.
La gestione delle scorte andrebbe insegnata (con tutte le sue formule) ai giovani ed agli analisti o programmatori di software; agli imprenditori andrebbe fatto invece un corso “all’acqua di rose” con il semplice obiettivo di far comprendere l’entità dei miglioramenti potenzialmente raggiungibili con l’adozione di metodi più scientifici inevitabilmente implementati sul sistema informativo aziendale.

Periodicamente Logisticaemnte.it organizza dei corsi di formazione, la prima sessione dell'anno si volgerà in modalità streaming, per saperne di più clicca qui, scopri le date e come partecipare

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