Venti video pubblicati su TikTok durante l’orario di lavoro sono costati il posto a un operaio impiegato in un magazzino logistico a San Lazzaro di Savena, nel Bolognese. L’uomo, assunto a tempo pieno e indeterminato, operava nella movimentazione merci in appalto per Montenegro. Nei filmati utilizzava un linguaggio offensivo verso l’azienda, riprendendo macchinari, pallet, prodotti e loghi aziendali, mentre si muoveva a bordo di un muletto tra le corsie del deposito.
Il caso, riportato dal Corriere della Sera, evidenzia un tema centrale per la supply chain contemporanea: la gestione dell’immagine aziendale e della sicurezza in ambienti ad alta intensità operativa. In strutture dove processi, marchi e layout rappresentano asset competitivi, la diffusione non autorizzata di contenuti può generare rischi reputazionali e contrattuali significativi.
Una volta scoperti i video, già visualizzati da centinaia di utenti, l’azienda ha avviato un procedimento disciplinare. Solo successivamente l’operaio ha rimosso i contenuti, sostenendo che si trattasse di semplici goliardate.
Il tribunale civile di Bologna, sezione lavoro, con il giudice Alessandro D’Ancona, ha confermato la legittimità del licenziamento. Nella sentenza si afferma che il diritto di critica non può superare i limiti delle offese e delle frasi scurrili, soprattutto quando accompagnate da illazioni sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni.
È stato accertato che il lavoratore percepiva circa 2.300 euro al mese, cifra ritenuta coerente con il ruolo svolto. I giudici hanno escluso situazioni di sfruttamento e rilevato una violazione dei doveri di diligenza, correttezza e buona fede previsti dal contratto. L’uso dei social durante l’orario di lavoro e la diffusione di immagini riconoscibili dell’azienda e della società appaltante hanno compromesso sicurezza e regolarità delle attività.
Il provvedimento si inserisce in un contesto in cui la logistica è sempre più esposta alla dimensione digitale.
Magazzini, terminal e hub sono ambienti regolati da procedure stringenti, dove:
La sentenza rafforza un principio chiaro: la libertà di espressione incontra limiti quando incide su sicurezza, immagine e rapporti commerciali. Per le imprese della supply chain, ciò implica la necessità di policy interne sui social media, formazione specifica e una gestione preventiva dei rischi reputazionali.
Questo episodio dimostra come, nell’era dei contenuti istantanei, la linea tra svago personale e responsabilità professionale sia sottile. In ambito logistico, dove ogni comportamento può riflettersi su committenti e partner, la consapevolezza digitale non è più opzionale ma parte integrante della cultura aziendale.
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