Associare un’identità digitale a prodotti, componenti, lotti e unità logistiche può rendere più semplice la raccolta e la condivisione delle informazioni lungo la supply chain. È questo il principio alla base della tokenizzazione degli asset fisici, attraverso la quale un bene viene rappresentato digitalmente e collegato ai dati relativi alla sua origine, alle trasformazioni subite e agli spostamenti tra i diversi operatori.
La tokenizzazione non coincide necessariamente con l’impiego della blockchain. I token possono essere gestiti attraverso diverse architetture informatiche, mentre i registri distribuiti costituiscono una delle tecnologie utilizzabili per condividere e verificare le registrazioni tra soggetti differenti.
La disponibilità di un token o di un registro condiviso non garantisce, da sola, la tracciabilità della merce. Il National Institute of Standards and Technology statunitense indica infatti come elementi centrali la capacità di organizzare, collegare e interrogare i dati provenienti da sistemi e operatori differenti. Il suo modello per la tracciabilità manifatturiera è volutamente neutrale rispetto alla tecnologia utilizzata e pone l’interoperabilità al centro della progettazione.
Anche GS1 evidenzia la necessità di adottare identificatori e linguaggi comuni. Lo standard EPCIS 2.0, per esempio, permette di condividere eventi di filiera indicando che cosa è accaduto, dove, quando e in quale contesto operativo. Blockchain e token possono quindi integrare questi dati, ma non sostituiscono gli standard necessari a interpretarli correttamente.
In un sistema tokenizzato, un lotto di materie prime, un prodotto finito o un container può essere associato a un identificatore digitale univoco. A questo possono essere collegati documenti, certificazioni, passaggi di proprietà ed eventi logistici.
Sensori IoT, RFID, QR code e sistemi gestionali possono alimentare la registrazione con dati relativi, per esempio, a:
La blockchain può essere impiegata per condividere le registrazioni tra organizzazioni che non utilizzano lo stesso sistema informativo. Il NIST considera queste tecnologie potenzialmente utili per migliorare l’integrità e la ricostruzione dei dati di provenienza, sottolineando però la necessità di affrontare aspetti relativi a governance, privacy, affidabilità delle informazioni iniziali e integrazione con i sistemi esistenti.
La gestione strutturata delle informazioni di filiera sta assumendo anche una dimensione normativa. Il Regolamento europeo 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili ha introdotto il Digital Product Passport, una carta d’identità digitale destinata a prodotti, componenti e materiali.
Il passaporto potrà contenere, a seconda della categoria merceologica, informazioni su origine, materiali, prestazioni ambientali, riparabilità, riutilizzo e riciclo. La Commissione europea ne prevede l’introduzione progressiva, partendo dalle batterie e proseguendo con gruppi merceologici come tessili, ferro, acciaio e prodotti da costruzione.
Il 15 luglio 2026 (Decisione di esecuzione (UE) 2026/1736 della Commissione, del 14 luglio 2026) è stata pubblicata una prima decisione europea relativa agli standard armonizzati a supporto dei passaporti digitali. Il quadro tecnico non impone tuttavia l’utilizzo della blockchain: questa rappresenta una delle possibili architetture per conservare, verificare o scambiare i dati.
Per aziende manifatturiere, operatori logistici e fornitori 3PL, l’identità digitale del bene può essere collegata a WMS, TMS, piattaforme IoT e sistemi di pianificazione. L’obiettivo è costruire una continuità informativa tra produzione, magazzino, trasporto e consegna.
Nella catena del freddo, i dati dei sensori possono documentare le condizioni di conservazione di alimenti, farmaci o altri prodotti sensibili. Nel trasporto intermodale e marittimo, l’identificatore digitale può collegare container, documenti e passaggi di consegna. Nei settori tessile e manifatturiero può invece conservare le relazioni tra materie prime, semilavorati e prodotti ottenuti.
Una ricerca dedicata alla filiera tessile ha proposto, per esempio, un sistema nel quale i token associati alle materie prime vengono collegati al nuovo token generato durante la trasformazione industriale. Il modello consente di conservare la relazione tra ingredienti, lavorazioni e prodotto finito, ma si tratta di un’architettura sperimentale e non della dimostrazione di benefici generalizzabili a ogni supply chain.
La resistenza alla modifica delle registrazioni non significa che le informazioni inserite siano automaticamente corrette. Un dato errato acquisito da un sensore, digitato da un operatore o trasmesso da un fornitore può essere conservato in modo affidabile, ma resta errato.
Per questo motivo, tokenizzazione e blockchain devono essere accompagnate da procedure di validazione, responsabilità definite e controlli sugli accessi. Devono inoltre essere valutati i costi di integrazione, la scalabilità, la tutela delle informazioni commerciali e la disponibilità dei partner a condividere i dati.
La maggiore trasparenza della supply chain dipende quindi meno dalla singola tecnologia e più dalla capacità di costruire un ecosistema basato su identificatori comuni, dati affidabili, interoperabilità e regole condivise.
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