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CBAM 2026: ecco i 5 errori operativi che costano caro alle aziende
Dal 2026 il CBAM incide su costi e processi: ecco gli errori da evitare per restare conformi e competitivi


14 Aprile 2026

CBAM 2026: ecco i 5 errori operativi che costano caro alle aziende

(Comunicato stampa)

Dall’entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) lo scorso 1° gennaio, le aziende importatrici di determinate categorie merceologiche si stanno confrontando con criticità concrete nella fase di implementazione. Nell’ambito della propria attività quotidiana di consulenza, Customs Support Group (CSG), operatore indipendente leader europeo nei servizi di sdoganamento e soluzioni per il commercio internazionale, ha individuato cinque errori ricorrenti che possono tradursi in costi aggiuntivi rilevanti, rischi di non conformità e un incremento extra degli oneri amministrativi.

Le aziende che importano merci soggette al CBAM sono tenute a presentare, entro il 31 marzo 2026, la domanda per ottenere lo status di dichiarante CBAM autorizzato. In assenza di tale autorizzazione, la continuità delle importazioni verso l’Unione europea risulta a rischio.

Il CBAM rappresenta uno degli strumenti chiave dell’UE Green Deal e ha l’obiettivo di garantire che alcuni prodotti importati – tra cui ferro, acciaio, alluminio, cemento e fertilizzanti – sostengano gli stessi costi legati alle emissioni di CO₂ dei beni prodotti all’interno dell’UE. A seguito di un periodo transitorio di tre anni, durante il quale le aziende hanno potuto strutturare i processi di raccolta e invio dei dati e testare i meccanismi di notifica, a partire dal 1° gennaio 2026 le emissioni dichiarate dovranno essere obbligatoriamente attribuite alle merci importate.

Su questa base, le aziende che importano oltre 50 tonnellate annue di merci soggette al CBAM sono tenute a presentare, entro il 31 marzo 2026, la domanda per ottenere lo status di dichiarante CBAM autorizzato. Tale autorizzazione garantisce quindi la continuità delle importazioni di merci CBAM nell’UE, evitando interruzioni operative.

In qualità di dichiaranti CBAM autorizzati, le imprese dovranno inoltre acquistare e rilasciare i certificati CBAM relativi alle merci importate nell’anno precedente, a partire dal 2027. Questo comporta implicazioni finanziarie immediate: errori nella raccolta dei dati, nella classificazione o nell’integrazione dei processi possono quindi tradursi direttamente in oneri aggiuntivi.

Per molte aziende, il CBAM non rappresenta più un mero esercizio di reportistica, ma una nuova componente di costo in grado di incidere direttamente sui margini e sulle decisioni di approvvigionamento.

CBAM porta i processi doganali e finanziari sotto i riflettori

“Il CBAM sta evolvendo da un mero obbligo di reportistica a uno strumento di controllo operativo che incide profondamente sui processi doganali, di supply chain e finanziari” afferma John Wegman, CEO di Customs Support Group. “Nella nostra attività quotidiana riscontriamo cinque errori operativi ricorrenti che possono tradursi direttamente in costi aggiuntivi e rischi di non conformità, ma anche altrettanti punti di intervento per evitarli.”

1. Mancanza di una governance CBAM strutturata e di una gestione integrata dei dati

Molte aziende tendono a considerare il CBAM come un adempimento puramente tecnico di reportistica, mentre in realtà richiede una gestione coordinata e trasversale tra funzioni quali dogana, procurement, sostenibilità e finanza. In assenza di responsabilità chiaramente definite e di flussi informativi integrati, le imprese si espongono a incoerenze nei dati dichiarati, ritardi operativi e un aumento del rischio di errore.

2. Classificazione delle merci inadeguata o errata

L’assegnazione corretta dei codici di tariffa doganale è fondamentale per determinare se e in che misura si applicano gli obblighi legati al CBAM: errori nella classificazione possono infatti comportare dichiarazioni errate, ritardi operativi e un incremento delle attività correttive. È quindi essenziale che le aziende verifichino con regolarità e in modo coordinato l’origine delle merci, la classificazione doganale e la relativa rilevanza ai fini CBAM.

3. Mancato ottenimento tempestivo dello status di dichiarante CBAM autorizzato

Gli importatori di merci soggette al CBAM che superano la soglia delle 50 tonnellate annue devono procedere con urgenza alla richiesta dello status di dichiarante CBAM autorizzato. Con il 31 marzo 2026 ormai riconosciuto come una scadenza operativa critica, le aziende che non hanno ancora presentato domanda risultano esposte a rischi rilevanti. In concreto, il mancato rispetto della tempistica può tradursi in ritardi operativi, sanzioni o persino nell’impossibilità temporanea di importare merci soggette a CBAM, a seconda delle modalità con cui le autorità nazionali gestiranno le richieste tardive o ancora in fase di valutazione.

4. Mancata valutazione dell’impatto finanziario del CBAM

Molte aziende continuano ad approcciare il CBAM come un mero esercizio di reportistica, senza quantificarne le implicazioni economiche. A partire dal 2026, tuttavia, il CBAM inciderà direttamente sui costi di importazione attraverso l’acquisto dei certificati. Con la pubblicazione dei valori di default e dei benchmark CBAM, le imprese dispongono già delle informazioni necessarie per stimare la propria esposizione. Non effettuare questa valutazione può tradursi in costi inattesi rilevanti, erosione dei margini e criticità nella definizione dei prezzi.

5. Sottovalutazione delle conseguenze operative e delle sanzioni

Dichiarazioni errate o incomplete nell’ambito del CBAM possono comportare non solo attività di revisione e correzioni manuali, ma anche – nei casi più gravi – sanzioni finanziarie allineate ai livelli del sistema UE ETS. Oltre alle sanzioni, le aziende possono essere soggette a un maggiore livello di controllo, ritardi operativi e un incremento continuo degli oneri amministrativi. Il CBAM deve quindi essere gestito come un processo operativo continuativo, basato su controlli regolari, e non come un adempimento una tantum.

Esempio pratico: quando il CBAM si manifesta solo in fase di reportistica

Un caso tipico osservato nel settore evidenzia quanto rapidamente i rischi legati al CBAM possano concretizzarsi nel 2026: un importatore europeo di componenti in acciaio provenienti da un Paese terzo entra nella fase definitiva senza aver valutato l’impatto finanziario del CBAM né avviato un confronto preliminare con i propri fornitori.

Al momento della predisposizione della prima dichiarazione CBAM, l’importatore richiede i dati sulle emissioni al fornitore. Tuttavia, quest’ultimo ritiene che i prodotti non rientrino nell’ambito di applicazione del CBAM.

È solo in questa fase che emerge come le merci rientrino effettivamente nel perimetro CBAM sulla base della corretta classificazione doganale. In assenza di un allineamento preventivo e dei dati necessari, l’importatore è quindi costretto a ricorrere ai valori di default.

Questo si traduce in costi CBAM significativamente superiori, nella necessità di un coordinamento urgente lungo la supply chain e in una pressione immediata per rinegoziare le condizioni con i fornitori e adeguare le politiche di prezzo.

“Il CBAM non è un progetto teorico di reportistica, ma un vero e proprio stress test operativo per i processi doganali, di supply chain e di gestione dei dati” afferma John Wegman. “Non sono tanto le regole in sé a determinare l’impatto, quanto la loro implementazione: è da qui che dipende se le aziende riescono a gestire i rischi o finiscono per sostenere costi non necessari”.





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