Se si considera un certo numero di aziende e si osserva il loro modo di gestire il magazzino, si ha modo di comprendere come gli "atteggiamenti logistici" dei manager possano essere diversificati.




14 Gennaio 2013

Ci sono logistici e logistici…

Se si considera un certo numero di aziende e si osserva il loro modo di gestire il magazzino, si ha modo di comprendere come gli “atteggiamenti logistici” dei manager possano essere diversificati.

Alcuni rimangono perennemente legati a soluzioni semplici, tradizionali, ereditate dal passato.
Probabilmente queste persone comprendono la necessità di aggiornare le loro organizzazioni, ma problemi di budget e/o la paura del cambiamento soffocano le loro buone intenzioni.

Alcuni, più decisi e intraprendenti, scelgono la strada dell’automazione.
Si tratta di uomini sicuri delle proprie strategie e dei propri fabbisogni; a qualcuno piace definirli “avventati”, ma non lo sono quasi mai; si differenziano dagli altri sostanzialmente perché i loro obiettivi non sono di breve, ma di medio e lungo termine.

Altri manager si concentrano sul software dipartimentale (il WMS in particolare) accantonando gli aspetti più strutturali.
Queste persone vogliono dedicarsi a progetti che, in genere, pensano di governare con una certa facilità ed il cui sviluppo non comporti né troppi rischi né troppi investimenti.

Altri logistici ancora terziarizzano la gestione del magazzino dell’azienda. Queste persone non temono di perdere potere; vogliono occuparsi con maggiore attenzione di altri aspetti più strategici della loro logistica.

Ci sono anche logistici che si focalizzano sul tema della gestione delle scorte, del loro dimensionamento e della loro pianificazione; questi ultimi considerano con grande attenzione anche gli aspetti logici del magazzino e non solo quelli fisici.

Potrei continuare con numerosi altri esempi, ma credo che quanto scritto sia sufficiente a spiegare la varietà delle situazioni e dei comportamenti.

Un elemento su tutti comunque emerge prepotentemente da analisi come questa o come molte altre simili che colleghi, logistici e non, hanno fatto o potranno fare: ci sono logistici e logistici… ma non esiste praticamente logistico con una certa esperienza che non abbia dovuto occuparsi del magazzino aziendale.
Perché questo accada è forse abbastanza intuibile e nemmeno tanto interessante: tutte le aziende hanno un magazzino e quindi tutti i logistici se ne devono occupare.

Quando questo accada, come procede un logistico che deve riorganizzare il “cuore della sua logistica” e a chi chiede aiuto, è invece, credo, questione di un certo interesse.
Gli eventi che stuzzicano la voglia di mettere mano al magazzino sono principalmente tre: carenza di spazi, ricerca di efficienza (sevizio e/o costi), necessità di gestire situazioni o prodotti nuovi.

Quando il magazzino diventa piccolo è inevitabile pensare di disporne di uno nuovo più “attrezzato” o di razionalizzare quello esistente.
Nelle piccole aziende spesso queste situazioni si manifestano un po’ troppo improvvisamente, ma poi la capacità di reazione è, in genere, molto buona.
Nelle grandi aziende, invece, i lavori di ristrutturazione e/o riorganizzazione sono più continui e pianificati: si presentano più spesso nuovi prodotti/problemi logistici da gestire.

Per quanto riguarda l’approccio metodologico alla riorganizzazione del magazzino possiamo dire che l’aumento generalizzato di cultura logistica aziendale ha sostanzialmente omogeneizzato gli stili di gestione dei progetti: mappatura dei flussi, identificazione criticità e soluzioni, progetto, valutazione fornitori, ecc. sono le cose che tutti fanno.

Anche l’eterno problema relativo alla reperibilità di dati precisi ed affidabili sui flussi logistici che consentano di prendere decisioni razionali sembra essere recentemente un problema minore rispetto al passato.

E veniamo infine alla questione del supporto esterno al responsabile della logistica, la questione relativamente alla quale gli orientamenti dei manager sono recentemente cambiati maggiormente.

Le varie opinioni in merito sono sempre abbastanza diverse fra loro: c’è chi pensa sia meglio fare da sé e chi pensa sia meglio farsi aiutare da un consulente che, in quanto parte terza neutrale, è in grado di orientare meglio l’azienda verso le migliori soluzioni senza farsi “confondere” da fornitori di sistemi e attrezzature troppo aggressivi.

Oggi il “fai da te” mi pare purtroppo in aumento. Molto dipende probabilmente dalla (presunta) preparazione specifica di tali manager e dalla loro disponibilità di tempo per dedicarsi a progetti che esulano dall’operatività giornaliera, ma vorrei, a tal proposito, spezzare una lancia a favore della così detta “esperienza“.

I consulenti, quelli bravi, sono proprio apportatori di questa preziosa risorsa. L’approccio metodologico si impara anche a scuola, la sensibilità sui problemi la si acquisisce solo affrontandoli ripetutamente.
Buona logistica a tutti.