L’indagine avviata dalla procura di Torino contro Postalcoop e Cargo Broker ha portato al sequestro di 26 milioni di euro. Le accuse – evasione fiscale e contributiva – ricalcano schemi già emersi in altre città italiane, segno che lo sfruttamento nella logistica resta un fenomeno radicato. Le due aziende, attive nelle consegne per grandi gruppi dell’e-commerce, sono accusate di aver orchestrato un sistema di false cooperative, strumento che consente di abbattere i costi e aggirare i controlli.
Il meccanismo individuato dai magistrati si sviluppa su più livelli:
Più passaggi significa maggiore difficoltà nel risalire alle responsabilità. Le cooperative cambiano nome, ma mantengono gli stessi magazzini e mezzi. In questo contesto proliferano pratiche scorrette come indennità di trasferta fittizie o falsi part time, con buste paga che riportano solo metà delle ore effettivamente lavorate.
Il sistema genera un duplice vantaggio: alle cooperative del terzo livello che tagliano i costi del lavoro e alle aziende del secondo che ottengono detrazioni IVA. I benefici si estendono anche ai committenti, che accedono a tariffe fuori mercato. Nel caso di Torino, gli investigatori hanno collegato le due società ad aziende come Amazon e GLS. Un quadro che evidenzia come lo sfruttamento generi dumping sociale ed economico.
Le testimonianze dei lavoratori sono state decisive: contratti imposti senza preavviso, stipendi irregolari, nessuna applicazione del contratto nazionale. L’indagine torinese ha coinvolto 38 persone, tra cui avvocati e commercialisti accusati di aver strutturato il meccanismo. A differenza della procura di Milano, Torino non ha chiamato in causa i committenti. Milano, invece, ha recuperato 438 milioni di euro di tasse e regolarizzato circa 10mila lavoratori dal 2021, partendo dal presupposto che la responsabilità debba estendersi a tutta la filiera.
Oltre alla via giudiziaria, sono emerse iniziative di autoregolamentazione. Tra le più rilevanti vi è la Carta della logistica etica, promossa a Bologna nel 2022.
Essa prevede:
Finora la Carta è stata sottoscritta da 22 imprese per un totale di 4.500 lavoratori, in un settore che solo in Emilia-Romagna conta oltre 10mila aziende e circa 90mila addetti. I numeri mostrano quanto la strada da percorrere sia ancora lunga, ma segnalano anche che un modello alternativo è possibile, fondato su legalità, stabilità contrattuale e competitività sana.
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