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Il diritto alla disconnessione nella Logistica 4.0: tra algoritmi e nuove relazioni industriali
Tra digitalizzazione, saturazione cognitiva e contrattazione: perché la disconnessione è una leva strategica nella logistica


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Il diritto alla disconnessione nella Logistica 4.0: tra algoritmi e nuove relazioni industriali

11 Febbraio 2026

Nell’attuale panorama della logistica moderna, un settore caratterizzato da flussi tesi e da una catena del valore che “non dorme mai”, il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro e sempre più labile. Se in passato la fine del turno di lavoro era sancita fisicamente dall’uscita dai cancelli del magazzino o dall’ufficio, oggi la digitalizzazione pervasiva ha resto il lavoratore potenzialmente reperibile h24. In questo senario, il diritto alla disconnessione emerge non solo come una necessità etica, ma come una sfida cruciale per la sostenibilità stessa del comparto.

La sfida della “Saturazione Cognitiva”

Chi ha vissuto l’operatività sul campo riconosce che l’urgenza è il pane quotidiano del nostro settore. Tuttavia, l’evoluzione tecnologica (TMS, tracking in tempo reale e messaggistica istantanea) ha introdotto un rischio subdolo: la saturazione cognitiva.

Non si tratta soltanto della telefonata fuori orario, ma della gestione di un flusso ininterrotto di notifiche automatizzate. Quando un responsabile operativo o un KAM riceve alert di sistema, mail urgenti od altre notifiche del genere, il diritto alla disconnessione decade de facto. La mente resta ancorata al processo produttivo, impedendo quel recupero psicofisico necessario per garantire performance d’eccellenza e, soprattutto, sicurezza sul lavoro.

Il ruolo centrale delle relazioni industriali

La normativa italiana (a partire dalla Legge 81/2017) ha tracciato la strada, ma la vera sfida si gioca nel campo delle relazioni industriali e della contrattazione di secondo livello.

Il CCNL Logistica offre una cornice, ma è nell’accordo aziendale che il diritto alla disconnessione deve trovare la sua “messa a terra” operativa attraverso tre pilastri fondamentali:

  • Governance dei flussi comunicativi: è necessario negoziare protocolli tecnici che prevedano l’instradamento delle notifiche critiche esclusivamente verso i dispositivi di turno. Il “buio tecnologico” per chi ha terminato la prestazione deve essere garantito da sistemi di filtraggio a monte, non lasciando al singolo la responsabilità di ignorare il messaggio.
  • Standardizzazione dei canali: bisogna definire con chiarezza quali strumenti siano adibiti alle emergenze e quali alla gestione ordinaria. L’uso improprio di piattaforme sociale (ad esempio WhatsApp) per comunicazioni di servizio deve essere limitato, poiché trasforma lo strumento privato in una perenne estensione dell’ufficio.
  • Trasparenza algoritmica e formazione: le parti sociali devono pretendere trasparenza sui criteri di invio degli alert automatici. Al contempo, serve una rivoluzione culturale: il management deve essere formato a comprendere che la “disponibilità costante” non è sinonimo di produttività, ma spesso è una alterazione in negativo delle dinamiche individuali. In poche parole, questa disponibilità, che ha parvenza di essere potenzialmente premiante, è spesso l’anticamera del burnout.

Verso una logistica umanistica

Implementare in modo serio il diritto alla disconnessione non significa rallentare la filiera, ma renderla resiliente. Un professionista che può “staccare” davvero è un lavoratore più lucido e meno esposto a errori critici. In un settore che soffre di un cronico problema di retention, il rispetto dei tempi umani diventa una leva strategica per riuscire a trattenere i talenti.

Dobbiamo guardare alle relazioni industriali come a uno strumento di cura del processo. In fondo, il progresso non dovrebbe essere ina corsa frenetica, ma un modo per regalarci più tempo per essere persone. Il diritto alla disconnessione è l’ala che permette alla logistica di volare verso un futuro dove l’efficienza non batte l’umanità di chi la costruisce ogni giorno.

di Fabrizio Leone





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