Il 2025 si sta rivelando uno degli anni più caldi della storia, con temperature estreme che investono Stati Uniti, Canada, Cina, Regno Unito e Francia. Queste ondate di calore, sempre più frequenti e durature, non sono più eventi eccezionali ma condizioni sistemiche riconducibili direttamente all’attività antropica, secondo quanto riportato dal consenso scientifico internazionale. Le conseguenze non si limitano al benessere individuale: l’intero sistema energetico globale è sotto stress, e con esso la logistica della produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il consumo globale di elettricità sta crescendo a ritmi tra i più alti degli ultimi vent’anni. Questo trend è alimentato dall’uso simultaneo di condizionatori e ventilatori, particolarmente nei mesi estivi. Solo nel 2024, Cina, Stati Uniti e India hanno registrato un aumento di decine di terawattora nei mesi caldi, mentre negli Stati Uniti il 37% della crescita di domanda elettrica tra aprile e settembre è attribuibile ai sistemi di raffrescamento.
Per rispondere alla domanda, si ricorre spesso a centrali a carbone o gas, più flessibili ma anche più inquinanti. Si innesca così un circolo vizioso: il caldo genera domanda, la domanda stimola la produzione fossile, la produzione intensifica il riscaldamento globale. Ember, think tank sull’energia, sottolinea la necessità di diffondere sistemi di climatizzazione più efficienti e potenziare le fonti pulite e flessibili.
L’impatto delle alte temperature non si limita al lato della domanda: anche la produzione soffre. Le centrali termoelettriche – nucleari, a gas o a carbone – spesso utilizzano acqua da fiumi o laghi per il raffreddamento. Tuttavia, se la temperatura dell’acqua è troppo elevata o i livelli sono troppo bassi, le centrali sono costrette a ridurre la produzione per non danneggiare gli ecosistemi.
È il caso della centrale nucleare di Beznau, in Svizzera, che nel giugno 2025 ha dovuto dimezzare la potenza erogata a causa del surriscaldamento del fiume Aare. Anche le fonti rinnovabili subiscono contraccolpi: i pannelli fotovoltaici possono perdere tra il 10% e il 25% di efficienza in condizioni di caldo estremo, con notti troppo calde per permettere il raffreddamento.
La tenuta della rete elettrica è minacciata anche dalla distribuzione: il calore aumenta la resistenza dei cavi, causando perdite di efficienza e surriscaldamento. Linee che si allungano, trasformatori che cedono, blackout che si moltiplicano. In alcuni casi, i gestori sono costretti a interrompere la distribuzione per prevenire incendi o danni irreversibili.
Le conseguenze sono gravi: interruzione di servizi essenziali, blocco dei sistemi di refrigerazione, rischi per persone fragili e ospedali. La sicurezza energetica diventa dunque un tema strategico anche per la logistica, che dipende da un flusso elettrico costante per ogni fase operativa: dai magazzini automatizzati al trasporto refrigerato.
Per evitare che il caldo estremo diventi il tallone d’Achille delle economie industrializzate, sarà necessario ripensare le filiere dell’energia. Questo significa investimenti in infrastrutture di trasmissione più resilienti, ma anche in sistemi di storage e fonti rinnovabili capaci di adattarsi al nuovo clima. Per la logistica, ciò implica un cambio di paradigma: non solo ottimizzazione dei costi, ma anche sostenibilità e sicurezza energetica.
Il 2025 sta dimostrando che l’interdipendenza tra clima, energia e logistica è un nodo cruciale per il futuro. Prepararsi oggi significa salvaguardare produttività, competitività e resilienza domani.
Ricevi la newsletter gratuita per rimanere aggiornato sulle ultime novità del mondo della logistica
