Il confronto tra Amazon e l’Antitrust italiana, approdato al Consiglio di Stato, viene spesso raccontato come uno scontro tra regolatore e colosso globale accusato di abuso di posizione dominante. Ma questa lettura rischia di semplificare eccessivamente il quadro. Secondo l’analisi di Massimo Marciani, presidente del Freight Leaders Council, Amazon non rappresenta la causa del problema, bensì la sua conseguenza più evidente. In un Paese in cui la logistica è rimasta frammentata, sottocapitalizzata e priva di una governance industriale solida, l’integrazione verticale non è una distorsione anomala: è la risposta funzionale a un vuoto strutturale. Quando un sistema non è in grado di garantire qualità del servizio, continuità operativa e trasparenza, qualcuno finisce inevitabilmente per organizzarlo.
Il nodo giuridico sollevato dall’AGCM riguarda il presunto self-preferencing legato al servizio logistico FBA, sanzionato con una multa da 1,1 miliardi di euro. Il procedimento è ora al vaglio del Consiglio di Stato, che dovrà esprimere il giudizio finale. Tuttavia, il punto centrale non è se FBA sia formalmente opzionale, ma se lo sia nella pratica. Quando visibilità commerciale, accesso ai grandi eventi promozionali e capacità di competere dipendono da una scelta logistica, la libertà resta teorica. Questo non è un problema tecnologico, ma un limite di mercato: in ecosistemi maturi l’integrazione verticale stimola concorrenza e innovazione; in mercati fragili, accentua squilibri già presenti, rendendo alcuni operatori imprescindibili.
Fermarsi alla sanzione è comodo, perché evita di affrontare la questione più scomoda: la responsabilità della committenza. Per anni, caricatori, industria e distribuzione hanno trattato la logistica come un costo da comprimere, non come un’infrastruttura strategica.
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Il risultato è un mercato con margini insufficienti per investire, innovare e tutelare le persone. La compressione dei costi non scompare: si scarica su lavoratori, sicurezza e legalità, fino a ricadere sui consumatori, sempre più dipendenti da pochi grandi orchestratori capaci di garantire continuità. Le multe non costruiscono ecosistemi: non rendono il mercato più equo, non responsabilizzano la filiera, non rafforzano le alternative. Senza regole chiare a monte, criteri di accesso trasparenti, responsabilità condivisa e standard minimi di qualità, il caso Amazon resterà un precedente, non una svolta. Il paradosso è evidente: si difende la concorrenza senza aver mai costruito un mercato logistico maturo.
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