La logistica italiana è nel pieno di una crisi silenziosa ma strutturale: il talent shortage. Secondo l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, su oltre 4,6 milioni di posizioni aperte, ben 800.000 ruoli legati alla logistica sono rimasti scoperti. Un divario preoccupante che coinvolge figure chiave del settore e che, rispetto al 2020, è cresciuto in modo esponenziale: solo tre anni fa, le posizioni difficili da coprire erano il 27%, oggi sono il 40%.
Le cause sono molteplici. Da un lato, una carenza generalizzata di competenze STEM, fondamentali in un mercato sempre più digitalizzato. Dall’altro, un paradosso crescente: l’aumento dei profili sovraqualificati costretti ad accettare ruoli inferiori alle proprie competenze. A farne le spese sono soprattutto i giovani, con un tasso di insoddisfazione e turnover in aumento.
Il fenomeno italiano si inserisce in un trend globale. Secondo l’Ocse, oltre 1,3 miliardi di lavoratori nel mondo non possiedono le competenze richieste dal mercato, con una perdita economica stimata di circa 8.000 miliardi di dollari ogni anno. In Italia, il disallineamento tra domanda e offerta di competenze coinvolge circa 10 milioni di lavoratori. Il 35% dei candidati risulta sotto o sovraqualificato per i ruoli disponibili.
Nel settore logistico, questo mismatch mina le basi della crescita. Il rischio è duplice: da un lato aziende che non trovano personale qualificato, dall’altro professionisti competenti ma inoccupati o sottoimpiegati. Il risultato è una supply chain fragile, incapace di reagire con prontezza a sfide e trasformazioni.
Il semplice reclutamento non basta più. Le imprese devono oggi fare leva su nuovi strumenti di attrazione e retention. L’Osservatorio evidenzia un aumento dell’80% delle offerte online rispetto al 2020, e un impressionante +2400% di quelle che prevedono flessibilità oraria. Tuttavia, non è solo una questione di benefit contrattuali.
A fare la differenza sono sempre più cultura aziendale, welfare, percorsi formativi e condivisione degli obiettivi. Il fenomeno del “quiet quitting”, l’abbandono silenzioso del posto di lavoro prima ancora delle dimissioni, segnala quanto la motivazione interna sia fragile.
Puntare sull’engagement e sullo sviluppo continuo è l’unica strategia sostenibile. Senza un cambio di paradigma, il rischio è di vedere compromessa la competitività dell’intero comparto logistico.
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