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Survey Customs Support: dogana sempre più strategica, ma le aziende restano reattive
Indagine su 200 aziende europee: cresce il peso della compliance doganale, ma personale e strategie non tengono il passo


3 Marzo 2026

Survey Customs Support: dogana sempre più strategica, ma le aziende restano reattive

(Comunicato stampa)

Dalla seconda edizione della Strategic Radar Customer Survey 2026 condotta da Customs Support Group, analizzando le risposte di quasi 200 aziende manifatturiere e retail attive in Europa, emerge che il commercio globale si sta facendo sempre più complesso. Instabilità geopolitica, mercati volatili e un reticolo normativo in continua espansione stanno trasformando la gestione doganale e la trade compliance in una priorità strategica per le imprese europee. Tuttavia, disponibilità interna del personale e competenze specialistiche non sempre riescono a tenere il passo con l’aumento della complessità.

La gestione doganale passa dal back office ai vertici decisionali: quasi il 44% delle aziende intervistate dichiara che la funzione doganale ha accresciuto la propria rilevanza e il 18,5% segnala un aumento significativo. Un dato che evidenzia come le imprese stiano affrontando con maggiore consapevolezza strategica la crescente complessità e volatilità degli scambi transfrontalieri.

«La survey evidenzia un vero e proprio paradosso», afferma John Wegman. «Dogana e compliance commerciale non sono mai state così centrali, ma molte aziende risultano a corto di personale operativo in questo ambito e continuano ad agire in modo reattivo anziché proattivo. In un contesto geopoliticamente instabile, è una combinazione ad alto rischio. Fortunatamente, consulenti specializzati e broker doganali colmano il gap, posizionandosi sempre più come partner strategici di lungo periodo e non come semplici fornitori operativi».

L’outsourcing resta la norma

Nonostante la crescente rilevanza strategica, l’operatività doganale continua a essere prevalentemente esternalizzata: il 70% delle aziende intervistate non dispone di un team interno dedicato alle dichiarazioni doganali e si affida a partner esterni. Anche laddove esistano strutture interne, queste risultano generalmente di dimensioni ridotte: circa due terzi delle imprese che gestiscono internamente le dichiarazioni impiegano fino a quattro risorse full-time e, nella maggior parte dei casi, collaborano comunque con operatori esterni.

La principale motivazione alla base dell’outsourcing resta la carenza di competenze specialistiche in materia doganale (38% dei rispondenti), un terzo indica la mancanza di disponibilità operativa, mentre poco meno del 30% considera l’esternalizzazione più efficiente a livello di costi. A questi fattori si aggiungono ulteriori leve strategiche: accesso a soluzioni digitali avanzate (22%), maggiore qualità documentale (19%) e supporto nella gestione di un quadro normativo in costante evoluzione (18,5%).

Permane inoltre una marcata riluttanza sul fronte dell’aumento del proprio personale: sebbene il 23% delle aziende abbia assunto nuove risorse nei reparti di compliance doganale negli ultimi 24 mesi, solo il 6% prevede ulteriori inserimenti, mentre il 58% non ha in programma alcun ampliamento.

Focus tematico: classificazione delle merci 

In un contesto segnato dall’inasprimento delle misure tariffarie, l’accuratezza nella classificazione delle merci diventa un fattore determinante per la corretta determinazione dei dazi e per valutare l’impatto dei cambiamenti nella supply chain. Sebbene le dichiarazioni doganali siano spesso esternalizzate, la classificazione rimane prevalentemente una responsabilità interna: il 60% delle aziende la gestisce interamente in-house, mentre un ulteriore 20% combina competenze interne e supporto esterno.

Parallelamente, il livello medio di fiducia nella propria classificazione si attesta attorno a un valore di 3,9 su 5, un dato contenuto rispetto alla rilevanza strategica della funzione. Solo il 30% dichiara un’elevata fiducia nelle proprie valutazioni. Anche i meccanismi di controllo risultano fragili: circa un’azienda su tre effettua una revisione annuale delle classificazioni, un altro terzo non ne ha mai condotta una e solo il 12% prevede di avviarne una nel corso dell’anno. Di conseguenza, oltre la metà delle aziende intervistate (56%) risulta esposta a rischi latenti di errata classificazione. Il 28% ha già registrato conseguenze negative, tra cui maggiori costi o audit doganali.

«Questo scollamento tra responsabilità e pratiche di revisione è motivo di preoccupazione», osserva John Wegman. «Chi definisce una classificazione una sola volta senza sottoporla a verifiche periodiche espone l’azienda a rischi evitabili: pagamenti aggiuntivi, controlli e anche ritardi operativi. Quando la disponibilità interna del personale è limitata, un ricorso mirato a partner esterni qualificati può contribuire a colmare questo gap».

L’IA resta uno strumento di supporto – il capitale umano rimane centrale

Rispetto allo scorso anno, l’Intelligenza Artificiale assume un ruolo meno rilevante. Nessuna azienda dichiara di affidarsi interamente all’IA per la classificazione delle merci. Solo il 24% la utilizza in modo regolare o occasionale, mentre il 55% non ha ancora introdotto soluzioni di IA in questo ambito.

«Questa cautela è comprensibile», afferma John Wegman. «La classificazione delle merci ha implicazioni rilevanti in termini di compliance e le aziende non intendono esporsi al rischio che un algoritmo generi errori con conseguenze sanzionatorie. L’esperienza umana – quella che definiamo “Real Intelligence” – resta il fondamento. L’IA può certamente creare valore nella strutturazione dei dati e nel supporto analitico, ma la decisione finale deve rimanere in capo a specialisti esperti».

Molte aziende intervengono solo in situazione di emergenza

Il conflitto tra Russia e Ucraina continua a rappresentare il principale fattore di pressione esterna sulle supply chain: il 32% delle aziende segnala impatti diretti rilevanti. Seguono la crisi del Mar Rosso (23%) e le tensioni tariffarie con gli Stati Uniti (21%).

Le imprese manifestano inoltre una crescente preoccupazione rispetto alla volatilità geopolitica futura. Su una scala da 1 a 5, il livello medio di allerta si attesta intorno a 3,1, con circa un terzo dei rispondenti che si dichiara preoccupato o molto preoccupato.

Nonostante il livello di preoccupazione, molte aziende continuano ad adottare un approccio reattivo: oltre il 42% non ha implementato misure specifiche per fronteggiare le tensioni geopolitiche. Tre quarti delle imprese non hanno introdotto azioni di mitigazione rispetto ai rischi legati alle dinamiche tariffarie. Nel complesso, solo il 18% circa dichiara di gestire l’incertezza commerciale in modo proattivo e lungimirante. Un terzo interviene solo quando emergono criticità, mentre circa il 10% definisce il proprio approccio come passivo.

«Questo approccio non è sostenibile», commenta John Wegman. «Guardando al 2026, una gestione reattiva non potrà più essere considerata una strategia praticabile: l’aumento della pressione normativa, l’intensificarsi dei controlli e la volatilità geopolitica imporranno risposte più strutturate e proattive. Le organizzazioni che ritardano nel rafforzare la propria preparazione rischiano un’esposizione crescente a rischi di non conformità, maggiori costi e interruzioni operative, soprattutto quando i margini di manovra si riducono».

Focus Italia: i trend doganali non cambiano 

I risultati della survey per quanto riguarda l’Italia restituiscono la stessa immagine del mercato europeo: consapevole della crescente complessità doganale ma ancora poco strutturato per affrontarla in modo sistematico. Il 43,2% dei proprietari delle merci intervistati, infatti, si dichiara mediamente preoccupato a riguardo, sebbene il 63,9% non abbia in agenda di esplorare procedure doganali alternative per mitigare le recenti instabilità commerciali. Quasi la totalità dei proprietari delle merci (85,2%) non dispone inoltre di un team doganale interno e non prevede di rafforzarlo in futuro, pur gestendo internamente attività critiche e rilevanti come la classificazione delle merci.

A differenza del panorama europeo, dalla Survey emerge che in Italia la dogana non viene ancora percepita come leva strategica e l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale è ancora limitata. Quest’ultima tendenza rimane allineata con quella degli altri Stati presi in considerazione: il 73,9% dei proprietari delle merci dichiara di non utilizzare strumenti IA per la classificazione, dimostrando scarsa fiducia nei confronti dei risultati automatizzati (nonostante la crescente complessità normativa, di cui il settore logistico è però pienamente consapevole).

Nel complesso, emerge un approccio prevalentemente reattivo e non proattivo all’incertezza normativa, in linea con la tendenza degli altri Paesi intervistati. Risulta quindi un gap che rende evidente come, nel 2026, sebbene la consapevolezza del rischio sia in crescita, la capacità di tradurla in strutture, dati e strategie doganali più mature è ancora poco diffusa.





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