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La Cold Chain per dare valore alla filiera logistica.

23/02/2016
In breve
Il settore della Cold Chain si sta espandendo e può diventare una risposta per ridurre lo spreco alimentare. Dai dati a livello globale, dopo il Summit di Singapore dello scorso dicembre, vediamo un caso internazionale, quello dell'India, e il ruolo della portualità italiana per gli scambi con Medio Oriente ed Egitto emerso al Fruit Logistica di quest'anno.
Premessa
Una temperatura controllata sia in fase di stoccaggio sia di trasporto delle merci deperibili può portare un valore aggiunto in termini di sicurezza e di espansione stessa del settore, con conseguenze importanti anche per la riduzione dello spreco alimentare.
Le industrie alimentari e farmaceutiche non a caso sono i principali utenti di questo tipo di servizi, che comprendono non solo alimenti surgelati, ma anche prodotti come la frutta e la verdura e prodotti farmaceutici che non possono superare determinate temperature.

La necessità di un sistema di storage efficiente per le merci deperibili è in relazione, ad esempio, all'esigenza di evitare gli sprechi alimentari aumentando la conservabilità dei prodotti dell'agricoltura.

Secondo un recente approfondimento di FoodProcessing, è la carne, insieme al pesce e ai frutti di mare, a dominare il mercato globale della catena del freddo, per circa il 45%, ma la frutta e la verdura, così come i prodotti da forno e della pasticceria, i latticini e i dolci surgelati, stanno diventando un fattore chiave per l'espandersi di questo mercato.


Espansione della Cold Chain e impatto sulla sostenibilità
Il rapporto “Cold Chain Market for Fruits & Vegetables, Bakery & Confectionery, Dairy & Frozen Desserts, Meat, Fish & Seafood, and Other End-users: Global Industry Perspective, Comprehensive Analysis, Size, Share, Growth, Segment, Trends and Forecast, 2014–2020” ha stimato che il mercato della catena del freddo abbia raggiunto un valore di oltre 110 miliardi di dollari negli Stati uniti nel 2014, con una previsione di crescita del 13,9% tra il 2015 e il 2020, raggiungendo quota 271,9 miliardi nel 2020.

Secondo l'International Institute of Refrigeration, il 23% dello spreco alimentare globale, che si traduce in rifiuti, è dovuto alla mancanza di una catena del freddo.
L'Etiopia, ad esempio, ha soltanto 2 litri per persona di refrigerazione rispetto ai 344 litri per persona negli Stati Uniti.

Il Presidente di Carrier Transicold per i sistemi di refrigerazione, in occasione del convegno a Singapore dello scorso dicembre intitolato “Summit per ridurre gli sprechi alimentari”, aveva dichiarato che soltanto il 10% dei prodotti alimentari deperibili in tutto il mondo sono attualmente refrigerati, e come solo un terzo del cibo che viene prodotto ogni anno venga effettivamente mangiato, mentre oltre il 50% degli alimenti oggi sprecati potrebbe avere una migliore conservabilità grazie alla catena del freddo.

Al Summit di Singapore, con 131 delegati provenienti da 33 Paesi del mondo, è stato approvato un nuovo obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che chiede di dimezzare i rifiuti alimentari e ridurre le perdite alimentari lungo tutta la catena di approvvigionamento globale entro il 2030.
La FAO, Food and Agriculture Organization, ha appena rivisto al rialzo la stima dell'energia utilizzata per produrre il cibo che mangiamo: da 3,3 gigatonnellate di Co2 all'anno a 3,6, comprendendo il combustibile utilizzato per i trattori, l'elettricità per le pompe d'acqua, l'energia per la lavorazione e l'imballaggio.
La catena del freddo, quindi, diventa un intenso processo che dà un valore aggiunto anche a livello di sostenibilità globale.


Il caso indiano
Anche sull'Huffington Post è recentemente comparsa un'analisi sul ruolo della Cold Chain, raccontando in particolare il caso dell'India, un Paese che ha sviluppato una invidiabile capacità nel settore del cold storage.
Su una stima riferita al 2014, secondo il report dell'Associazione Internazionale dei Magazzini Refrigerati (IARW), di 552 milioni di metri cubi di spazio dedicati dai magazzini refrigerati in tutto il mondo, l'India ne occuperebbe ben 131 milioni, seguita dagli Stati Uniti con 115 milioni di metri cubi e la Cina con 76 milioni.
Senza contare che tra maggio 2014 e luglio 2015 sono state aggiunte altre 200 unità.

Nel corso degli anni nelle zone produttive del Paese sono nati circa 7200 grandi magazzini refrigerati, per 33 milioni di tonnellate, permettendo a prodotti come le patate provenienti dal Peru, e le mele di essere trasportati durante tutto l'anno.
Oggi la richiesta di prodotti come i gelati non può prescindere da un sistema di stoccaggio e di trasporto sotto zero per raggiungere i punti vendita, e l'attenzione verso un consumo di prodotti come frutta e verdura sta facendo diventare la logistica del freddo sempre di più legata alla cosiddetta Second Green Revolution.


Fruit Logistica: il caso dei porti italiani
Fruit Logistica, il Salone berlinese che ha visto riuniti oltre 2.800 espositori da 85 Paesi dal 3 al 5 febbraio di quest'anno, ha permesso di dare risalto anche ai progetti italiani, messi in atto in particolare da parte dei nostri porti.
A partire da quelli della Liguria, con oltre mezzo milione di tonnellate di prodotti ortofrutticoli importati nel 2015, che si sono “classificati” come primo gateway italiano nella movimentazione di frutta fresca e vegetali diretti ai mercati nazionali ed europei.
Il porto di La Spezia ha aderito al progetto lanciato a Berlino “Fresh Food Corridors”, che ha l'obiettivo di favorire lo sviluppo di un corridoio logistico integrato per i prodotti agri-food provenienti dal Medio Oriente.

I prodotti raggiungono via mare i porti di La Spezia, Capodistria, Venezia e Marsiglia, e poi tramite ferrovia raggiungono i mercati del Nord Europa.
Proprio Capodistria, Venezia e Marsiglia sono state selezionate come gateway del Mediterraneo per realizzare nuove catene logistiche per i container refrigerati e per le merci deperibili destinate ai mercati europei, con un investimento nel progetto ‘Fresh Fruit Corridor’ di 1,5 milioni di euro da parte del Porto di Venezia.

Partner della manifestazione quest'anno è stato l'Egitto.
I vertici di “Ligurian Ports Alliance” hanno incontrato una delegazione istituzionale e imprenditoriale egiziana per sviluppare nuovi traffici di frutta utilizzando i porti liguri quale “porta di ingresso” ‎per il Sud e Centro Europa, mentre il porto di Trieste ha particolarmente apprezzato la presenza egiziana dato che Terminal Frutta Trieste da anni ha sviluppato un business con l'import delle patate egiziane: “Nel 2015 abbiamo movimentato 53 mila tonnellate di patate”, ha affermato Marco Garbassi, Ad della TFT.

Al Fruit Logistica, tra gli altri, anche l'Autorità Portuale di Livorno, che si è presentata insieme a TDT (Terminal Darsena Toscana) e CSC (Cold Storage Customs Vespucci), del gruppo Cft, per spiegare le potenzialità dello scalo labronico, già scelto da Dole, Del Monte, Maffco, Bonita e Banana Fruit come hub di smistamento per la propria merce.

“Siamo il primo terminal in Italia nell’import dei contenitori refrigerati – ha dichiarato il direttore commerciale della società TDT, Massimiliano Cozzani – abbiamo deciso di presentarci al Fruit Logistica assieme all’Apl per incontrare i nostri clienti e valorizzare il ruolo di Livorno, dove stanno arrivando volumi crescenti di prodotti deperibili.
Stiamo garantendo l’efficienza operativa del terminal nel settore frigo con investimenti continui nei mezzi meccanici e nelle infrastrutture: durante la kermesse ci sono stati degli sviluppi che sicuramente faranno aumentare la quantità di frutta movimentata a Livorno”.

Tra i progetti ricordati anche il Fresh Port, nato da un'iniziativa dell'Autorità Portuale di Taranto per offrire ai produttori ortofrutticoli del Mezzogiorno - consorziati in CIAO Italia e Global Fresh Fruit - la possibilità di commercializzare i loro prodotti utilizzando come piattaforma logistica il porto e retroporto.

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