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La stampa 3D: un nuovo strumento per migliorare la produzione

09 gennaio 2018

In breve
Il gigante tecnologico giapponese Seiko Epson Corporation ha annunciato i propri piani per espandere le proprie attività commerciali in tutto il mondo. Entro il 2025, Epson spera di aver aumentato le sue entrate globali di oltre il 50% e intende integrare tutta una serie di nuovi prodotti e servizi per raggiungere questo obiettivo. Una nuova stampante industriale 3D sarà una delle principali release che ci si aspetta nei prossimi anni. Ma che ruolo ha la stampa 3D nell’ambito della supply chain? Vediamolo insieme.

Premessa
La stampa 3D offre un potente strumento per la produzione.
Si tratta di essere in prima linea in una rivoluzione che condurrà a un futuro di fabbriche più intelligenti, di supply chain più corte e di risposta localizzata alla domanda.
Una rivoluzione che non sarà limitata alla velocità della fornitura.
Il ruolo della stampa 3D nell’industria produttiva sta diventando sempre più significativo, stiamo entrando in un ambiente di prodotti personalizzati ultra personalizzati e ultra locali.
La stessa industria di produzione si trova guidata dal settore della vendita al dettaglio che reagisce al trend emergente del “what you see is what you can print” (WYSIWYP) (quello che vedi è quello che può essere stampato).
I consumatori ora possono cogliere e personalizzare articoli a un livello dettagliato, il che fornisce un’alternativa al tradizionale “comprare in base al modello di offerta”.

La stampa 3D nel manufacturing
Le stampanti 3D hanno un significativo impatto anche sulla gestione della supply chain, ovvero l’insieme delle relazioni che intercorrono tra “il fornitore del fornitore ed il cliente del cliente”.
Più precisamente, le tecnologie di additive manufacturing paiono poter influenzare le scelte di localizzazione geografica delle attività produttive.
Tale evidenza assume un particolare significato laddove si tenga presente che, dopo anni di forte delocalizzazione produttiva – generalmente alla ricerca di minori costi di produzione (ed in particolare del fattore lavoro), da qualche tempo si va diffondendo la scelta di “rimpatriare” le produzioni.
Il fenomeno è stato definito in vari modi, tra cui reshoring, back–shoring, on–shoring, in–shoring e reverse globalization.

Anche se i termini utilizzati non sono sempre classificabili come perfetti sinonimi, l’idea che li accomuna è che attività manifatturiere precedentemente delocalizzate in paesi esteri vengono riportate in quello di origine, indipendentemente dal fatto che la produzione avvenga in impianti di proprietà o da parte di fornitori localizzati nel paese di origine dell’azienda.
A tale decisione si accompagna quella di “riavvicinamento” (near–shoring), ovvero del trasferimento delle produzioni in contesti geografici più vicini alle imprese.

È questo, ad esempio, il caso di talune aziende italiane che dopo aver sperimentato le difficoltà della produzione in Cina, hanno deciso di trasferirsi nei Paesi dell’Europa orientale.
In tali casi, l’azienda è disposta ad accettare un maggior costo del lavoro pur di avere minori costi di coordinamento, logistici e di non qualità.
A tale secondo fenomeno è riconducibile anche la scelta di aziende europee di trasferire in Italia produzioni manifatturiere (specialmente nel fashion e nella meccanica) che erano state prima oggetto di off–shoring.
È, quindi, possibile ipotizzare una connessione tra l’avvento delle tecnologie della stampa additiva e la diffusione di decisioni di rientro delle produzioni?
Possono le stampanti 3D rappresentare un ulteriore volano per il rimpatrio delle produzioni?

La stampa 3D nella supply chain
Attraverso settori che vanno dall’aerospaziale alla medicina, la stampa 3D consentirà un significativo risparmio di materiale facilitando al contempo una produzione maggiormente personalizzata, generando l’emersione di nuovi ecosistemi aziendali trans–settore.
Mentre i tradizionali modelli di fabbrica avranno ancora un importante ruolo da giocare, il 57% dei lavoratori del settore produttivo ritiene che complessivamente, gli impianti di produzione diverranno più localizzati.
In questo nuovo ambiente, gli esperti discutono sul fatto che le fabbriche evolveranno per divenire vere e proprie stampanti mobili giganti, trasferite sul sito della domanda in aree quali i centri cittadini.
La nostra ricerca rivela che il 65% dei lavoratori dell’industria di produzione crede che questo si tradurrà in prodotti che vengono stampati su richiesta, non fabbricati in massa.
Molto di questo potrebbe sembrare una lontana ambizione, ma si tratta già di una realtà industriale.

Epson ha già dimostrato il potenziale affascinante della stampa tessile on–demand nell’industria dell’abbigliamento e l’integrazione della stampa 3D nel settore della sanità, della produzione, della concezione del prodotto e in altri settori sta già fornendo vantaggi tangibili.
La stampa 3D è il catalizzatore per una rivoluzione locale, con il 60% dei lavoratori nell’industria che concorda sul fatto che essa consentirà alle industrie di produzione di riplasmare e localizzare le attività.
Quando combinata con la capacità delle fabbriche di identificare la domanda a distanza, la produzione diventerà più veloce, più economica e con una maggiore capacità di offrire produzione on–demand che il mercato inizia ad aspettarsi.

In definitiva, il 40% di coloro che sono stati intervistati, appartenenti all’industria produttiva, ritiene che la stampa 3D condurrà a supply chain che saranno più corte, più forti e del tutto allineate.
La fabbricazione personalizzata è impostata per distruggere la produzione globale di massa come la conosciamo e, come con qualsiasi altra distruzione, sarà il modo in cui reagiamo che deciderà il nostro livello di successo.
La stampa 3D offrirà un cambiamento positivo nella fabbricazione all’interno delle organizzazioni che saranno pronte ad attarsi e, così facendo, fornirà considerevoli vantaggi al business, all’ambiente e alle società nelle quali viviamo.

Esempi di successo
La stampa 3D è un modo per contingentare i tempi di processo, come dimostra l’esperienza di Adler, multinazionale campana della componentistica (1,4 miliardi di ricavi con 13mila addetti e 70 siti produttivi), che già da anni ha imboccato questa strada.
Oggi i tempi di realizzazione dei prototipi per il gruppo si sono ridotti del 70%, con nuove applicazioni che riguardano non soltanto i prodotti ma anche gli stessi stampi per realizzarli.
All’interno del gruppo vi sono già 4 impianti di stampa 3D, investimenti ingenti che proseguiranno. Anche la brianzola Dell’Orto, oltre 80 milioni di ricavi e 380 addetti in Italia, sfrutta appieno le nuove possibilità offerte dalle stampanti 3D.
In passato utilizzate per produrre oggetti realistici solo negli ingombri, per valutare l’impatto all’interno del vano motore.

Oggi, grazie alle polveri metalliche di nuova generazione, sfruttate per realizzare prototipi funzionanti.
“Se guardiamo alla modellazione tridimensionale – spiega il co–direttore dell’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano Sergio Terzi – credo che ormai sia presente nell’80% delle aziende.
Prendendo, però, in considerazione le tecniche più sofisticate, come analisi fluidodinamiche o a elementi finiti, il discorso cambia e gli utilizzatori in Italia sono più l’eccezione che non la regola.
I nostri ingegneri meccanici, tutti con perfetta conoscenza di queste metodiche, spesso faticano ad applicarle nelle PMI.
Ma la direzione è chiara: una volta superata la diffidenza iniziale diverranno anche questi strumenti standard.
Non a caso nel modello tedesco si parte proprio da qui: prima di “connettere” la fabbrica occorre digitalizzare la fase di engineering”.

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